Al Cinema


We Want Sex


h4. di Nigel Cole, GB, 2010 We Want Sex

Il mitico ‘68 torna in questo film inglese a ricordare la sua attualità, riproducendo in modo iconografico uno dei momenti più rivoluzionari nella storia dei costumi del*xx secolo* .
Come tutto ciò che diventa emblematico – mitico appunto – di una significatività simbolica che va oltre il suo concreto manifestarsi, il film torna a dare testimonianza di ciò che – se un giorno è accaduto – potrebbe accadere ancora. Per questo forse il regista Nigel Cole ha scelto di ritornare nelle fabbriche della Ford a Dagenham di quegli anni, nell’area est di Londra , dove la donne, stipate in ambienti umidi e fatiscenti, confezionano i sedili delle auto partecipando a pieno titolo alla catena di produzione senza lamentarsi troppo della loro condizione almeno fino a quando non decidono di ribellarsi all’ultimo sopruso che non le riconosce come “operaie qualificate” e quindi non degne dello stesso trattamento salariale dei colleghi maschi.
E’ a quel punto che, senza mezzi termini, prendono la situazione in mano, fermando con lo sciopero la catena di montaggio e rivendicando la parità.

Il regista affonda lo sguardo non solo in quella che fu un’epoca di grandi trasformazioni sociali, ma nel cammino evolutivo della consapevolezza femminile, fino ad allora soggiogata dalla prepotenza maschile dentro e fuori casa. Qualcosa di sconosciuto nasce nella mente della giovane O’ Grady , leader del movimento, docile e riservata fino a quel momento, che improvvisamente decide di sfidare sé stessa e il proprio ruolo di madre e di moglie solerte e attenta.

Il regista sa sintetizzare con un sguardo ironico ma psicologicamente attento l’essenza della potenzialità femminile, il suo amore per la Bellezza, la duttilità unita all’ostinazione, che non è mai arroganza o presunzione, ma certezza del proprio valore come essere umano al di là di qualunque differenza individuale o di genere.
Forse è questa componente che manca nelle donne di oggi, troppo simili agli uomini, ma da questi troppo dipendenti per accedere ad un Potere ancora di appannaggio di questi ultimi, malgrado le conquiste che certamente si sono raggiunte attraverso i movimenti femministi che seguirono. Il regista sembra dire che nella creatività femminile così come nella forza della solidarietà, risiede la risorsa più potente per una reale emancipazione da vecchi modelli e ruoli stereotipati che sempre inceppano il dialogo sociale e politico nella sterile polarizzazione degli opposti, il cui scopo coincide infine con l’ annullamento delle differenze, l’inganno e la sopraffazione.

Bellissimo nella sua aura romantica il riconoscimento da parte del marito della giovane donna delle doti di quest’ultima, l’orgoglio finalmente tutto maschile dell’avere accanto una vera donna.

Lilia Di Rosa