Al Cinema


Uno su due


di Eugenio Cappuccio, 2007

Sembra risaputo che di fronte alla morte si osservi tutto in modo diverso. Quasi banale e scontato. Ma forse, è necessario riconoscere che il tipo di attenzione, di osservazione e di ascolto che la vita e i sentimenti richiedono, non hanno il giusto riconoscimento nelle scorrere di ogni giorno. Con grande semplicità, in modo asciutto e scorrevole, il film narra come nella vita di Lorenzo (Fabio Volo), avvocato rampante, spesso arrogante, – che cerca di riscattare le sue umili origini attraverso la professione- entri senza preavviso , il fantasma della morte. Da quel momento inizia la “non voluta revisione di sé”, e con essa la comparsa di una nuova visione delle cose. Cose mai “viste” prima, come la comprensione del termine “rattenuti”, connubio tra l’essere trattenuti e rattrappiti riguardo i sentimenti; come l’incontro con un suo compagno di stanza , di professione camionista, che lo spinge attraverso la conoscenza della figlia, a dar voce alla vergogna che da sempre accompagna il ricordo di suo padre. Si tenta forse, una ipotetica eziologia del cancro, forse risultato di un sé non espresso e di una identità mostrata solo attraverso la maschera del ruolo. Ma forse il messaggio fondamentale del film, è che il sentire l’attimo – ogni attimo- come l’ultimo, rende diversa la tridimensionalità della vita, e , quindi, delle emozioni, dei sentimenti, dei valori, specie quando i valori economici non riescono più a segnare differenze tra gli uomini. La morte, come scriveva il grande Totò ne “A’ livella”, azzera tutte le differenze. La lentezza e la profondità di alcune scene permettono a tratti una dinamica identificatoria, nel tentativo di ricordare che la morte è un “bene” comune, se per bene intendiamo la possibilità – attraverso essa – di introiettare il senso delle cose. Più la morte è tabuizzata, più diviene forte il suo fantasma, e forse ciò che viene inumato attraverso il non parlarne, non è il futuro corpo, ma ciò che nella vita non si riesce a vivere con pienezza. Morte, quindi, come esperienza psichica prima che fisica. “ La morte è il solo assoluto nella vita, la sola sicurezza e verità. È l’unico a priori umano. In questo senso la morte è il frutto del nostro agire…andare verso la morte significa costruire il vaso migliore per essa (Hillman, 1964)”
La risoluzione della malattia del protagonista rende giustizia dei doni che vengono , tuttavia, offerti al vivente. Un dono denso di significato, rappresentando esso la possibilità di comprendere e di agire, prima che il tempo non basti più.

Segnalato da Giusi Polizzi