Al Cinema


Un'altra giovinezza (Youth without youth)


di Francis Ford Coppola, Romania, USA, 2007

Tratto dall’omonimo romanzo del grande storico delle religioni Mircea Eliade, questo fantastico, film che sarebbe più giusto definire opera, mostra la saggezza e la consapevolezza acquisita con l’età, circa il senso e l’ineffabilità della vita. Attraverso un processo identificativo del regista rispetto al protagonista della storia, il senso dell’esistenza, della relatività del tempo e della consapevolezza, prendono corpo in modo singolare per mezzo di una camera da presa che manifesta l’immagine – più che le parole – del percorso evolutivo. Uno studioso del linguaggio nonché sinologo, interpretato da uno splendido Tim Roth ha uno scopo nella vita: arrivare alle origini del linguaggio e della coscienza. Ma questa missione, scopo di tutta una vita e a causa della quale rinuncerà al suo grande amore, non viene mai portata a termine, pur avendo in dono la possibilità di una nuova giovinezza che gli permetta di utilizzare ancora il suo tempo per completare l’opera. Il perché del non compimento sta forse nell’eterno ed insoluto interrogativo dell’uomo rispetto alle origini della vita e del senso della morte, ma sta anche nella possibilità della scelta e della rinuncia. Temi quali la relatività del tempo, la figura del doppio – archetipo del contrasto di sé e in sé – la morte come puro fatto biologico, la reincarnazione, la possibilità di accedere attraverso la regressione a vite passate che possano – con un meccanismo a ritroso – giungere fino all’origine della coscienza, sono gli ingredienti fondamentali della pellicola, complessa e onirica. Cosa è sogno e cosa è realtà? Quale delle due viviamo e quale possibilità è data per un’esistenza parallela? È possibile scorrere avanti e indietro nel tempo attraverso la grande spinta inconscia del raggiungimento della totalità?
Il grande F. Coppola utilizza – per dar voce a questi interrogativi – un espediente visivo di forte impatto: le scene – spesso – sono capovolte o parzialmente inclinate, come a voler dire che la visione delle cose è sempre relativa e porta in sé il suo contrario. Ed è solo all’interno di questo “mandala” che principio e fine si uniscono. Ma l’unione diviene metafora psichica e non spazio-temporale: la pellicola esce da queste due categorie, lasciando ampio respiro al libero arbitrio. L’incontro con Rupini – Laura-Veronica, amore delle sue vite ha una finalità: attraverso le regressioni di lei verso gli indù, i babilonesi, i sumeri, si può giungere al protolinguaggio: pena però la sua morte. Non rimane al grande sinologo che la rinuncia al compimento dell’opera pur di lasciare in vita la donna amata; altro grande dono, quindi, del significato delle relazioni, ove nulla è lasciato al caso, e dove l’incontro ha sempre una finalità cosmico-collettiva oltre che individuale. Ma il film contiene anche un monito finale, anticipato da sempre dalle grandi religioni e dai Maya: l’attesa di un grande cambiamento di coscienza, un passaggio evolutivo foriero di un avvicinamento tra la materialità e la spiritualità, metafora ancora una volta dell’unione degli opposti, di inconscio e coscienza. Scrive il grande C. G. Jung “Da quando le stelle sono cadute dal cielo e i nostri simboli più alti sono impalliditi, domina nell’inconscio una vita segreta… il cielo è diventato per noi spazio fisico, e l’empireo divino un bel ricordo. Tuttavia il nostro cuore arde e un’inquietudine misteriosa rode le radici del nostro essere”. È da questo Eden perduto che inizia la ricerca delle origini che inevitabilmente culmina nella fine di ogni cosa, mostrando ancora una volta l’Unicità dell’esperienza psichica, che chiamiamo vita.

Segnalato da Giusi Polizzi