Al Cinema


Un giorno perfetto


di Ferzan Ozpetek, Italia, 2008

Se qualcosa di fondamentale manca nella nostra cultura è l’educazione, fin dalla nascita, alla perdita. Tutto il nostro vivere è un alternarsi di acquisizioni e di perdite, la nascita è costellata fin da subito dall’idea inevitabile della morte. Ma la negazione che della perdita compie l’ego per la sua sopravvivenza, determina la fusione di vita e morte, piacere e dolore, all’interno di quella dinamica – spesso patologica- cui diamo il nome di amore. La pellicola di Ozpetek, tratta dall’omonimo romanzo di M. Mazzucco, narra di uno degli aspetti più sotterranei e profondi dell’anima non educata, dell’anima ferita e abbandonata: il dramma che lascia senza fiato mette in scena la separazione, la gelosia, l’incapacità di lasciare libero l’altro, la vendetta più efferata che si possa immaginare, la fragilità vista soprattutto al maschile, dove incapacità d’amare equivale a tutto tondo all’incapacità di essere amante, compagno, amico, padre; e la speranza, ancora una volta, che l’amicizia e la protezione (entrambe al femminile) possano salvare dall’inferno protratto nel quotidiano. Senza voler enfatizzare la categorizzazione di genere rispetto alla fragilità (anche le donne uccidono i propri figli), assistiamo da decenni – caduti sempre più i canoni patriarcali e maschilistici – all’emersione di figure maschili fragili, che confondono l’amore con il possesso, incapaci di ri-conoscersi se non attraverso il ruolo sociale che rivestono. Incapaci di ricominciare. Potremmo abbozzare una lettura analitica per cui alla base di tutto ciò sembrerebbe esserci stata una madre winnicottiana non sufficientemente buona, oppure un non superamento della fase depressiva di kleiniana memoria, per cui l’originario vuoto corrisponde alla ricerca disperata di un oggetto stabile e infinito che determini le coordinate del Sé. E sull’assenza di queste coordinate si perpetuano rapporti di coppia ma al contempo relazioni amicali, organizzazioni sociali ed istituzioni. Mancato dialogo e mancata comprensione delle ragioni degli altri, per cui ognuno vive solo il mondo dei propri bisogni. Figli incapaci di comprendere i genitori e viceversa. Ma forse potremmo pensare a un’eziologia allargata rispetto a quella psicoanalitica. Se attraverso l’amore riconosciamo parti in luce e in ombra di noi, questo diviene allora un mezzo tramite cui accedere alla completezza, non con l’altro bensì attraverso l’altro. Ciò implica, nella migliore delle ipotesi un iniziale bisogno dell’altro per poi via via giungere a un distacco – non necessariamente implicante separazione – che porti verso la completezza di sé. Osho afferma nel suo testo “Con te, senza di te “ (Mondadori, 2006) che tra i veri amanti non esiste relazione, e senza voler fare apologia narcisistica, dentro questa frase leggiamo ciò che i templi di Khajuraho (India) da millenni ci indicano: così come dalla madre il bimbo si distacca sempre più per raggiungere l’autonomia, dalla carnalità che implica il possesso , occorre raggiungere quella condizione di solitudine che lungi dall’essere sofferenza , rappresenta , invece, il pieno raggiungimento del Sé. E raggiungimento del Sé non è necessariamente ascesi ma soprattutto, essere al servizio del mondo e degli altri. Sotto questa luce siamo, quindi, nella nostra società molto lontani dal servire gli altri: attraverso i ruoli non portiamo Agape, ma solo soddisfacimento istintuale, atavico, che della “penia “originaria fa il proprio vessillo di morte sotto mentite spoglie, frequentemente chiamato amore o impegno sociale. E se l’individuo è la cellula della società, risulta inevitabile che il sociale sia intriso delle stesse dinamiche di quelle dei rapporti di coppia. Più la morte e la perdita sono negate, più vengono agite attraverso la patologizzazione. Non rimane che dare diritto di cittadinanza alla naturale ed efficace alternanza degli eventi, di non facile attuazione fino a quando non ci genufletteremo dinanzi alla maestosità degli opposti dove morte e perdita possono essere visti come rinascita e non come fallimento.

Segnalato da Giusi Polizzi