Al Cinema


The Millionaire


di Danny Boyle, Gran Bretagna, USA, 2008

In una Mumbai intrisa di miseria, lotta, gioia e speranza si dipana il destino di Jamal, nato nelle baraccopoli e costretto dalle traiettorie inspiegabili dell’esistenza ad essere vittima di una non- infanzia che lo porta ad una crescita veloce quanto dolorosa. Dalla perdita della madre nelle efferate lotte tra musulmani e indù, alla ricerca della sopravvivenza insieme al fratello che segnerà la sua vita, fino al disperato tentativo di poter avere la donna che fin dall’infanzia ha amato. Ma tutto questo, se in prima battuta rende cruda e dolorosa la visione del film, rendendo attoniti di fronte alle ingiustizie, fa emergere in contemporanea – come è tipico della cultura indù – la tenerezza e la commozione al cospetto del desiderio, della spontaneità e del melodramma romantico che porta al compimento di una vita. E la scena dell’immersione nella cloaca, che Jamal compie pur di raggiungere il suo idolo cinematografico, esprime tutto questo diventando metafora del coraggio che spinge ad andare nel profondo delle cose fino a toccarne gli aspetti più ripugnanti. Dopo una serie di peripezie, Jamal partecipa al noto show televisivo “Chi vuol essere milionario” non con lo scopo di diventare ricco, ma con quello di poter esser visto dalla sua amata affinché lei possa raggiungerlo. Ma la sorte- che per gli indiani è l’unica determinante degli eventi – non solo riesce a fargli vincere lo show guadagnando 20 milioni di rupie – perché ogni domanda corrisponde ad un’esperienza devastante del suo passato – ma fa altresì ricongiungere gli infelici amati. Attraverso una serie di flashback, si alternano scene della sua vita e speranze del pubblico in attesa delle risposte. Un pubblico, come si vede dalle scene finali, rappresentato in maggior parte dai più deboli e disperati, di cui Jamal è idolo ed espressione. Una bellissima favola, se vogliamo, metafora della possibilità di riscatto dove Dio muove le fila, premiando i più coraggiosi e poveri di spirito. Ma dietro questa apparente banalità si cela il più profondo significato del ruolo della volontà, dell’accettazione e dell’amore nel seguire il proprio destino non rinunciando affatto alle prove che questo impone, anche a costo della propria vita. Ciò che “È scritto” diviene, allora, solo un modo per dire che tutto si è compiuto nel rispetto della missione di partenza, dando in tal modo senso agli eventi, dove anche la morte può essere luogo per accogliere Dio e la sua volontà.

Segnalato da Giusi Polizzi