Al Cinema


Sette anime


di Gabriele Muccino, USA, 2008

Si dimentica durante il film di stare a guardare l’opera di un regista italiano. Né il protagonista, né l’ambientazione, e nemmeno il modo attraverso cui pagare il prezzo più alto per una colpa insopportabile ricorda il Gabriele Muccino dell’ Ultimo bacio o di Ricordati di me.
Un film americano, che di italiano conserva la profonda capacità di analisi della tormentata ricerca di redenzione del protagonista -uno straordinario Will Smith, già con lui in “La ricerca della felicità” – indispensabile per alleviare appena il dolore per la distruzione, seppure involontaria, del proprio oggetto d’amore e insieme ad esso della propria possibilità di vivere.
Determinata e pragmatica, più che romantica o sentimentale, è la lucidità con la quale Ben porta avanti il proprio progetto di morte affidato ad una meravigliosa quanto velenosissima medusa, che fin da bambino ha alimentato il proprio immaginario , e che da adulto viene riconosciuta come l’arma più sicura ed affidabile per concludere il proprio piano.
Sotto le vesti di un irreprensibile funzionario dello stato, cerca e trova a tavolino quelle sette vite più meritevoli della propria cui destinare i propri beni, le proprie risorse, nonché i pezzi ben conservati del proprio corpo ormai incapace di godere la vita. Un piano che nemmeno la nascita di un nuovo imprevisto sentimento d’amore riesce a modificare, ma al contrario accelera, gli dà forza e sostegno proprio quando la convinzione sembra vacillare, e che legittima il sacrificio estremo: offrire la propria vita come dono d’amore.
Un film certamente esagerato nella elaborazione di una colpa che devasta l’esistenza, riducendola a cammino di autopunizione e di riscatto, nucleo fondamentale della visione occidentale dominata dalla coscienza del peccato e dalla ricerca del perdono, che qui comunque rimane solipsistica senza alcun tentativo di trascendersi in una dimensione spirituale o religiosa .
Struggenti alcune scene, capaci di condurre lo spettatore nell’intimo dell’incubo; altre più patinate e troppo perfette. Appropriato il commento musicale.

Segnalato da Lilia Di Rosa