Al Cinema


Saturno contro


di Ferzan Ozpetek, 2007

Saturno contro

Dal gruppo famiglia al gruppo amicale come contenitore della vita e della morte. Ozpetek in questo film offre una panoramica sui contenuti odierni di perdita del gruppo familiare con la conseguente sostituzione del gruppo amicale. Da molte discipline psicoterapiche sappiamo quanto il gruppo sia fondamentale e fondante della psiche e quanto permetta – attraverso l’appartenenza ad esso- il contenimento e l’elaborazione degli aspetti salienti della vita: la morte anzitutto, l’amore – inteso come affiliazione e sostegno anche nei momenti di cambiamento- il tradimento, le difficoltà esistenziali, e soprattutto l’accettazione della separazione di fronte all’inevitabile e all’inaspettato. La maestria di Ozpetek si ravvisa nel collegamento di questi temi “terreni” con i movimenti astrali, che da sempre sembrano detenere le sorti degli umani: Saturno, pianeta dei cambiamenti anche drastici, spinge alla revisione di sé , e, quindi, inevitabilmente alla recisione di rami secchi ormai spogli. Se nella recisione del vecchio sul piano umano e terreno s’inserisce anche la morte, come dato inaspettato – corrispettivo di un divino non controllabile – la totalità del visibile e del non visibile è compiuta. Cast competente e coinvolgente, ove ognuno rappresenta specificatamente un aspetto esistenziale. Una bravissima Ambra Angiolini, nel ruolo di tossicodipendente, metafora della dipendenza come contraltare alla negazione delle separazioni, indica la difficoltà delle relazioni umane rispetto all’accettazione di sé e alla rinuncia di sé, nel momento in cui il potere e il controllo dell’uomo vengono meno per far posto all’inevitabile gioco delle Moire. A lei fa da contrappasso Milena Vukotic, nei panni di un’infermiera ormai abituata alla distanza emotiva nei confronti della malattia, della morte e del dolore. Anche lei vittima di un Saturno stantio.
L’amore, in tale contesto, diviene scopo dell’esistenza: amore che lacera e fonde, amore che richiede – nel rispetto del proprio nome – il confronto con la solitudine e con la possibilità di creare il proprio futuro grazie alla presenza dell’altro. E il gruppo – metafora dei tanti altri – diviene un “non me”, che proprio perché tale offre contenimento, revisione, accettazione, cambiamento.

Segnalato da Giusi Polizzi