Convegni


Riflessioni sul Convegno Nazionale "Percorsi nella solitudine contemporanea"


tenutosi a Catania il 7 maggio 2004

di
Raffaella Maria Bonforte – psicologa
Gabriella Toscano – psicologa

L’Associazione culturale Crocevia nasce a Catania nel 2002 da un gruppo di colleghi interessati alla psicologia del profondo, ed in particolare al pensiero di C. G. Jung e di J. Hillman, con l’obiettivo di fare cultura psicologica, ponendo particolare attenzione, come si evince dalla sua stessa denominazione, all’intersezione fra la nostra disciplina e le altre multiformi discipline scientifiche, umanistiche e artistiche.

L’Associazione ha dedicato l’anno 2003/2004 ad una riflessione sul tema della Solitudine, condizione esistenziale di fondamentale importanza nella strutturazione dell’identità di ogni individuo e che nella società contemporanea assume significati spesso nuovi ed inesplorati.

È stato realizzato un ciclo di seminari che hanno consentito il confronto tra le narrazioni di alcune tra le diverse possibili solitudini dell’esperienza umana. Nella prospettiva di un percorso tra le solitudini, i seminari sono stati itineranti, si sono quindi svolti in luoghi di cultura diversi.

I colleghi che hanno offerto le loro riflessioni sul tema, si sono soffermati sul legame tra solitudine e processo d’individuazione ( Daniele Borinato, Gabriella Toscano), sull’esplorazione del sentimento di solitudine nell’opera dello scrittore giapponese Haruki Muratami ( Lilia Di Rosa, Angela Giannetto). Si è affrontato inoltre il tema delle “separazioni necessarie” sulla base delle quali si struttura l’individuale vissuto della solitudine ( Riccardo Mondo, Luigi Turinese).

Partecipanti al Convegno

Parallelamente l’Associazione si è impegnata a realizzare, in collaborazione con l’Istituto di Ortofonologia di Roma, una ricerca svolta nelle scuole elementari e medie di Catania e Roma allo scopo di esplorare la percezione che i bambini hanno della solitudine sia come esperienza oggettiva sia come sentimento soggettivo.

Il Convegno nazionale “Percorsi nella Solitudine Contemporanea” ha rappresentato la tappa finale di questo percorso che ha stimolato i partecipanti ad una riflessione in un contesto più ampio.

Si è tenuto il 7 maggio a Catania presso le Biblioteche riunite “Civica e Ursino Recupero” ed è stato patrocinato dall’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia e dal Comune di Catania.

Partecipanti al Convegno

L’evento ha richiamato un pubblico ampio ed eterogeneo; varie le professionalità presenti in sala, fra cui colleghi psicologi ed insegnanti delle scuole che hanno consentito la realizzazione della ricerca.

Il convegno è stato strutturato in due sessioni: Gli ambienti della solitudine, moderata dal Preside della Facoltà di Architettura di Catania, Ugo Cantone e I tempi della solitudine, moderata dal Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana, Fulvio Giardina.

Ha aperto i lavori il collega e psicologo analista Riccardo Mondo, Presidente dell’Associazione Crocevia, che, evidenziando l’aspetto paradossale ed ambivalente dell’esperienza della solitudine per l’animo umano, asserisce: Si potrebbe forse affermare che ogni condizione umana contenga una quota di desiderio della condizione di solitudine per l’anelato ritrovamento della dimensione più intima di noi stessi ed una quota di orrore per la stessa solitudine, come perdita della dimensione di appartenenza ad altri. Egli ha sottolineato come nella società contemporanea sembra aleggiare la ricerca ossessiva del contatto con l’altro, senza poi riuscire a maturare un senso di appartenenza. Questa compulsione alla relazione contribuisce fortemente a darci una visione negativa della solitudine che a sua volta genera disturbi. Riccardo Mondo coglie la profondità della solitudine nella creatività e nell’amicizia che, come sostiene Jung, fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.

Il luogo del ragionare della psicologa analista Elena Liotta (Orvieto), che ha presentato contestualmente il suo ultimo lavoro editoriale “Le Solitudini nella società globale” (La Piccola Editrice, 2003), è stato il rapporto tra individuo e società, da intendersi quest’ultima nelle sue varie forme, a partire dalla famiglia fino alla società globale del mondo contemporaneo. Secondo la psicologa analista, oggi possiamo parlare di una nuova forma di solitudine che lei stessa, parafrasando la terminologia psichiatrica, definisce l’urlo muto dell’autismo, di chi si sente avvolto in qualcosa di insormontabile che inibisce il dialogo con interlocutori esterni sempre più lontani. Dalle comunicazioni di pazienti, la Liotta ha potuto comprendere e riportarci alcune disfunzioni che affliggono la apparentemente normale vita quotidiana, dominata da produzioni tecnologiche, da luoghi e spazi che possono diventare, come lei stessa afferma, luoghi di solitudine rinfrescante o luoghi di frustrazione e di rabbia. La riflessione è complessa e accosta la solitudine alla perdita o alla relativizzazione di valori e alla confusione delle ideologie nella società globale e postmoderna.

Sostiene la psicologa analista che la tecnologia è al servizio tanto del bene quanto del male. Ma quando lo è del male la sua pericolosità diventa planetaria e fonte di una precarietà interiore che fa sentire soli e minacciati anche chi non attraversa una solitudine personale. Quindi usa l’espressione di solitudine globale e planetaria. Paradossalmente la solitudine personale (sia l’essere soli che il sentirsi soli) diviene addirittura un indice di adattamento o disadattamento. Nella solitudine di chi deserta (per esempio del viandante, del barbone, dell’artista, del profeta) si intravede quasi una sorta di rifiuto consapevole di una comunità che, come una madre invischiante e patologica, induce alienazione e malattia nei suoi figli. La solitudine che va riabilitata è la solitudine del processo d’individuazione, la solitudine dell’essere e rimanere individui all’interno della comunità, la solitudine che fa pensare, che permette l’attenzione necessaria a conoscere meglio il proprio mondo interno, che aiuta a scoprire i propri valori e risorse inaspettate, a comprendere le scelte da fare, le decisioni da prendere.

Gli architetti Ugo Cantone e Carlo Truppi, Professore Ordinario della Facoltà di Architettura di Catania e autore, con James Hillman, di un recente volume sul rapporto tra architettura e psicoanalisi, hanno offerto uno stimolante contributo sulla questione della progettazione degli spazi e dei luoghi delle città e sul rapporto fondamentale con la qualità di vita delle persone che vi abitano. Al di là delle soluzioni tecniche adottate, l’architettura implica un enorme responsabilità perché essa rispecchia sia l’armonia che la distonia. Da qui l’ambiguità e difficoltà del costruttore che ha a che fare anche con difficoltà imposte dal committente o burocratiche o di finanziamento. L’edilizia presuppone una antropologia, senza la quale il pericolo è l’alienazione e la nevrosi, la perdita dell’anima dei luoghi. L’architettura modernista ha sostituito l’individualità, la specificità di ogni luogo con l’idea di uno spazio “vuoto”. In troppi casi, afferma Truppi, la modernità ha agito come un detersivo che ripulisce tutto, un acido che elimina i segni.

Il Convegno è stato inoltre arricchito dalla performance teatrale realizzata ad hoc dal regista Gioacchino Palumbo. Attrici del Teatro del Molo 2 hanno emozionato la platea recitando brani di Beckett e Dacia Maraini.

Nella seconda sessione, Magda Di Renzo, Responsabile del servizio di psicoterapia per l’infanzia e l’adolescenza dell’Istituto di Ortofonologia di Roma, si è soffermata sulla solitudine nell’infanzia, perché, come sottolinea, è proprio nell’infanzia che la solitudine trova le sue origini e le sue manifestazioni peculiari sia in senso positivo che negativo. Il desiderio di autonomia che accompagna una crescita serena spinge infatti il bambino alla ricerca di situazioni in cui può dimostrare a se stesso e agli altri che è in grado di farcela da solo. Il bisogno di dipendenza che fa spesso da contraltare alle spinte evolutive lo porta invece al terrore dell’abbandono, quel terrore che lo espone nella fantasia a ogni sorta di angheria da parte dell’adulto. La solitudine permea l’esistenza di ognuno fin dai primi anni di vita ed è spesso, sia per il bambino che per l’adulto, fonte di preoccupazioni per la paura di non saper affrontarla; ancora più rischioso, secondo la Di Renzo, è negare tale esperienza.

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La psicologa analista a tal proposito ricorda quanto già affermò Hillman nel suo “Codice dell’Anima” (1997), parlando di un senso di solitudine archetipico, intrinseco alla condizione umana: Essere vivi è anche essere soli. Se esiste un sentimento di solitudine archetipico, che ci accompagna sin dall’inizio, non è negativo, ma piuttosto diventa alienante cercare di eliminarlo.

Da un punto di vista evolutivo inoltre, la solitudine intesa come “capacità di essere solo”, costituisce un momento di straordinaria importanza per il bambino perché lo apre a nuove esperienze e a nuove strategie per affrontare il già noto. Magda Di Renzo inoltre, riguardo alla possibilità che si espliciti la “capacità di essere soli” distingue tre fasi: “fare da soli”, “essere soli” e “sentirsi soli”. Ne parla raccontando quanto è emerso dalla voce ed esperienze di bambini incontrati nella pratica clinica. Da alcune storie emerge che molti bambini apprezzano il silenzio nella solitudine come una condizione positiva piuttosto che di rifiuto. Mentre il “fare da soli”, sia pur in presenza di altri, costituisce la prima forma di concentrazione su un’attività e richiede un confronto con le proprie risorse ed il ricorso alla propria creatività, “essere soli” è il raggiungimento di una dimensione di separazione basata su una relazionalità interna che permette un vero percorso individuativo. Ma esistono anche altre solitudini connotate come rifiuto o abbandono, laddove la solitudine è un sentimento straziante che impedisce nuove vicinanze, o laddove la solitudine è difesa radicale alla vita.

Particolarmente interessante anche la presentazione della ricerca, ancora in fase di elaborazione, realizzata da Magda Di Renzo, Riccardo Mondo, Raffaella Maria Bonforte e Gabriella Toscano su un campione di circa 1000 bambini e ragazzi di età compresa tra i 5 ed i 15 anni nelle città di Catania e Roma. La finalità è stata l’esplorazione della percezione che i bambini hanno della solitudine mediante la somministrazione di un questionario appositamente costruito.

Da una prima analisi dei dati raccolti, sono emersi spunti per interessanti riflessioni. L’attività che i bambini fanno più frequentemente da soli (oltre l’85% delle risposte) è guardare la TV. disegno bambino 1Ciò sembrerebbe confermare il ruolo di baby sitter o terzo genitore che il piccolo schermo ha assunto nella nostra società, nonostante da più parti venga sottolineato che guardare la TV insieme ai propri figli è importante per dare loro una chiave di interpretazione per capire ciò che appare sul teleschermo; si aiutano così i bambini ad avere un atteggiamento più attivo di fronte all’immagine, alle emozioni e ai messaggi televisivi.

Oltre il 70% ha affermato di giocare da solo, qualche volta, spesso o sempre, e a questo proposito pare opportuno specificare che se a volte il bambino gioca da solo perché non ha compagnia, frequentemente egli ricerca questi momenti di solitudine.

Generalmente si tende ad attribuire alla parola “solitudine” una connotazione negativa, considerandola espressione di una inadeguata o mancata socializzazione e quindi come qualcosa da modificare e correggere, aiutando i bambini ad inserirsi il più possibile nel gruppo sociale. Da ciò deriva quello che potremmo chiamare un fenomeno di “riempimento del tempo”, cioè la tendenza degli adulti a pianificare la giornata dei bambini con attività varie e incalzanti, da svolgere preferibilmente in gruppo, costringendoli ad autentici tour de force: calcio, danza, corsi di musica ecc. Se questo da una parte rivela una sempre crescente attenzione nei confronti dell’infanzia, dall’altra nega al bambino quello spazio mentale necessario per pensare, riflettere e scoprire la propria vita personale.

L’importanza dell’esperienza della solitudine sembra confermata anche dal dato che per circa la metà dei soggetti intervistati il bello dello stare soli consiste nel poter giocare in santa pace senza essere disturbati e nel poter fare quel che si vuole. Solo il 18% dei ragazzini ritiene che non vi sia nulla di bello nello stare soli.

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La solitudine inoltre non è considerata inattiva e le attività che i bambini preferiscono fare da soli sono quelle di movimento (26%), tra cui il ballo, ma anche sport che si svolgono solitamente in squadra, primo tra tutti il calcio, giocare al computer (19%), disegnare, studiare o pensare (13%).
Di poco inferiori al 10% sono i bambini che preferiscono giocare di fantasia. Soltanto il 10% ha affermato che non ama fare alcuna attività da solo. Il brutto della solitudine è, oltre che il sentirsi soli, la paura (dei ladri, dei fantasmi, dei mostri ecc.), la noia o la tristezza. Alla domanda “Qual è la persona più sola che riesci ad immaginare?” i bambini hanno indicato più spesso barboni, poveri, orfani, malati, anziani ecc. e la percentuale di bambini che ha fornito questo tipo di risposta aumenta con l’età; ciò è probabilmente attribuibile alla maggiore capacità di astrazione dei bambini più grandi. I più piccoli hanno più spesso indicato amici o familiari, come la mamma, sola perché rimane in casa quando il marito è al lavoro ed i figli sono a scuola, o le persone che non hanno un partner accanto, cioè che non si sono sposate o sono rimaste vedove. I nonni sono considerati molto soli da oltre il 10% dei bambini, invece il 4% ha indicato se stesso come persona più sola che riescono ad immaginare. Non sono mancate le risposte originali, come, ad esempio, le molto attuali Bin Laden e Saddam Hussein, perché sono malvagi, oppure Gesù.

Dall’indagine è anche emerso che per il 27% dei bambini più piccoli (5-7 anni) il colore della solitudine è il rosso, mentre con l’aumentare dell’età vi è un netto spostamento verso il nero ed il grigio.

L’ultima domanda lasciava molto spazio alla fantasia, infatti chiedeva ai bambini cosa farebbero con una bacchetta magica quando sono soli e le risposte sono state molto varie. In tutte le fasce d’età, la categoria più rappresentata è “Far comparire persone”, di solito amici, ma anche i genitori. Possiamo osservare però delle differenze, infatti con l’età aumentano i soggetti che userebbero la bacchetta per scopi non individualistici, per esempio per portare la pace nel mondo, eliminare la sofferenza o dare i genitori a tutti i bambini orfani.

La ricerca ha suscitato molto interesse tra i presenti in sala ed ha stimolato un vivace dibattito, moderato dal nostro presidente Fulvio Giardina.

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Ricca e commovente è stata infine la produzione grafica, esposta nella sala, che i minori intervistati hanno realizzato rispondendo alle consegne “Disegna una persona sola” e “Disegna la persona che potrebbe farle compagnia”.

Pubblicato su Psicologi & Psicologia in Sicilia. Giornale dell’Ordine degli Psicologi della Sicilia, anno VII – n° 2 – Novembre 2004.