Al Cinema


Revolutionary Road


di Sam Mendes, USA, Gran Bretagna, 2008

Vivere per sé, o per gli altri? Vivere cercando di realizzare le proprie aspirazioni, i sogni, le proprie potenzialità o aderire a ciò che il “si deve” impone, insieme alle aspettative e alle richieste di chi ci circonda? Questo è l’interrogativo che il film pone in cerca della soluzione che ogni vita prova a dare, perché ogni vita contiene un sogno da nutrire e – forse – da realizzare. È quando ogni speranza di realizzazione svanisce, come nel caso della giovane protagonista del film, che la vita perde senso e futuro, si vanifica nella ripetizione di un copione, si irrigidisce in una forma vuota, la non-autenticità in senso kierkegardiano.
Ambientato nell’America degli anni 50, tra le villette ordinate della Revolutionary road, la coppia anticonformista e “speciale”, ammirata da tutti, anche se non sempre approvata, finisce per far abortire il proprio sogno di cambiamento e con esso la vita che aveva immaginato. Nemmeno una maternità infatti può aprire a nuova vita, ma al contrario restare la sterile ripetizione di un tentativo che costringe il Sé, e il futuro altro da sé , nel giogo della necessità tradendo il desiderio di vera creazione insito in ogni gestazione, che non è mai solo nel corpo ma anche e soprattutto nell’Anima.
Bella e terribile l’apparizione della verità che sempre nasce dalla morte della finzione e dalla cui consapevolezza è impossibile scappare, ma che al contrario fa correre il protagonista verso il compimento del proprio destino: la scena più struggente di tutto il film.
Meno potente di American Beauty dello stesso regista, questo film tratta in modo più leggero ma non meno doloroso, lo sviluppo della disperazione che si cela dietro le ricche facciate dell’ipocrisia borghese quando, alienati da sé stessi, si rimane vittime delle convenzioni e dalle aspettative altrui.

Segnalato da Lilia Di Rosa