Al Cinema


Piano, solo


di Riccardo Milani, Italia, 2007

Un intenso Kim Rossi Stuart riporta sulla scena la tragica e sofferta esistenza del grande pianista jazz Luca Flores. Nell’infinita complessità della psiche il dolore diviene motore dell’arte creativa richiamando, soprattutto, alla “necessità” individuale di ripercorrere se stessi alla ricerca delle cause del proprio esprimersi nel mondo. La pellicola – tratta dal romanzo di W. Veltroni “Il disco del mondo” – offre notevoli emozioni e spunti di riflessione sul senso della colpa – presunta o reale che sia – e su quanto la mancata elaborazione di essa sia generatrice di disagio. Il rapporto tra arte e follia sembra ormai un luogo comune, ma da questo luogo emerge una grande verità: l’inesprimibile, non noto e non verbalizzabile, non viene sepolto o rimosso definitivamente: c’è sempre un luogo “altro” della psiche che necessita l’espressione di sé attraverso la metafora – come può essere una nota musicale – o attraverso modalità esistenziali diverse dal consueto. Nella musica del dolore e della “prigionia” come può essere il jazz, la colpa, il senso d’abbandono, l’impossibilità d’amare, rimandano alla condanna di sé in un mondo psichico ove a dominare è il senso della propria indegnità. A nulla serviranno i plausi degli spettatori o le conferme di grandi musicisti come M. Urbani e C. Baker, né tanto meno l’amore di una donna. È solo il recupero dell’amore di sé il grande motore dell’esistenza: la consapevolezza piena delle modalità di rispecchiamento della propria anima nel mondo. Processo che, purtroppo, in un grande come Luca Flores, non avvenne mai, determinando – alla fine – solo il ritorno in solitudine dei tragici avvenimenti infantili ma senza possibilità alcuna di condivisione e di elaborazione. È la storia di un impedimento, ma non la storia di un’esistenza mancata. Le parole cadono dinanzi all’inevitabile compimento di sé, aprendo le porte alla silenziosa accettazione del limite.

Segnalato da Giusi Polizzi