Al Cinema


Paranoid park


di Gus Van Sant, Francia – Usa, 2007

Un parco di cemento è il ritrovo che gli skaters si sono costruiti per gestire la frustrazione adolescenziale. Gus Van Sant inquadra gli adulti solo se necessario. Su loro, gli adolescenti, tiene la macchina da presa, a livello polpaccio e abusando del ralenti, quasi a far rivivere la lentezza dei processi psichici. Protagonisti, in questa pellicola, i processi psichici di Alex, 16 anni, glabro skater di Portland che uccide accidentalmente un agente di sicurezza. Da qui un ribollire di volti, rumori, dialoghi. Il tentativo è quello di filtrarli, allontanarli da Sé in modo che la realtà diventi un ricordo da poter guardare con gli occhi, come qualcosa che appartiene al mondo esterno. Meccanismo per padroneggiare ciò che insidia dall’interno: la morte di un uomo causata accidentalmente. E il rimando associativo va al dostoijevskiano Raskolnikov. Riprendendo l’universo dell’adolescenza, già delineato con Will Hunting – Genio ribelle 1997,il regista rappresenta le contraddizioni psicologiche e comportamentali di Alex, e che caratterizzano l’adolescenza, periodo che sfugge ad una chiara definizione. E il silenzio del protagonista diventa la modalità comunicativa d’elezione. La sensazione è che possibili posizioni moralistiche o giustificazionistiche lascino il posto ad una lettura cauta, accompagnata da una bella colonna sonora ,che beve dal rock e da Nino Rota, con un omaggio al Fellini di Amarcord e Giulietta degli spiriti. Il suono al posto dei dialoghi.

Segnalato da Tiziana Carciotto