Al Cinema


Motel Woodstock


Motel Woodstock

di Ang Lee, USA, 2009

Quale prospettiva avrà utilizzato il regista Ang Lee per rileggere, a trent’anni di distanza, l’evento musicale più famoso del XX secolo divenuto un mito per le generazioni che lo vissero e per tutte quelle che seguirono? Se posso avanzare un’ipotesi guardando con l’occhio di chi in qualche modo ha vissuto la generazione dei figli dei fiori e che oggi si potrebbe trovare nel ruolo di genitore del giovane protagonista del film, è forse proprio questo il tema che il regista ha voluto affrontare : il rapporto genitori/figli o – per dirla in altri termini – l’eterno rapporto Senex/Puer.

Rimane deluso infatti chi si aspetta di reimmergersi tra le note entusiasmanti del concerto più famoso e discusso della storia moderna, magari per riviverne le emozioni e ripercorrerne le tappe. Al contrario – e più che mai nel primo tempo – il film è piuttosto silenzioso, a tratti quasi noioso. Ma è quello che il regista sceglie di rappresentare. Un piccolo nucleo familiare dove due genitori preoccupati dai debiti e invecchiati dalle privazioni costringono il figlio a rinunziare a sua volta a più ardite sperimentazioni, almeno fin quando non decide che il piccolo e maleodorante motel di loro proprietà possa partecipare alla realizzazione di un happenning miliardario attraverso il trionfo della musica rock, grazie anche alla vastità delle pianure che lo circondano e alla inconscia intuizione che quella può essere finalmente l’unica opportunità per rivoluzionare la propria vita.

E’ così che una serie di circostanze favorevoli trasformeranno una grigia e monotona comunità dello stato di New York, nell’immenso teatro dove una straordinaria folla di giovani hippies si riverserà inondandola di colori, inebriandola del profumo di marijuana, sconvolgendo con la loro nudità le menti di chi ordinatamente abitava quelle pianure, ma contemporaneamente offrendo loro la gioia di una fugace quanto delirante felicità.

Nel clima sociale e politico attuale il film vuole forse recuperare la capacità di credere in un progetto di cambiamento, nella forza di una gioventù che – come allora – possa immaginare di ricostruire il mondo riprendendo in mano la storia e la sua evoluzione contro il conservatorismo che le strutture rigide del Senex tendono a perpetuare, pur conservando la consapevolezza dei rischi che ogni sogno di libertà contiene, così come anche quella che, pur tra i capelli bianchi, si nascondono altre verità.

Non c’è dubbio comunque, che quei tre giorni di pace amore e libertà cambiarono la storia dei rapporti genitori /figli, così come i concetti di autorità / libertà.

Su tutto questo Ang Lee riconduce il nostro sguardo.

Lilia Di Rosa