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Modelli psicosomatici. Un approccio categoriale alla clinica


di Luigi Turinese

Elsevier srl
Milano, 2009
€ 45,00

Recensione di Giusi Polizzi

“Se nel mondo ci fossero soltanto queste due cose, da un lato l’intelletto dall’altro il corpo, ma mancasse l’anima, allora né l’intelletto sarebbe attratto verso il corpo – infatti l’intelletto è del tutto immobile, e privo dell’affetto, principio del movimento, ed anche assai lontano dal corpo – né il corpo sarebbe attratto verso l’intelletto, in quanto incapace e inetto a muoversi da sé e molto distante dall’intelletto. Ma se si pone in mezzo l’anima che è conforme ad entrambi, facilmente ci sarà l’attrazione reciproca dall’una e dall’altra parte.”

I pianeti
Marsilio Ficino

Dopo Biotipologia. L’analisi del tipo nella pratica medica (leggi recensione), testo del 2006 in cui l’autore designa il rapporto tra costituzione, modello reattivo e tipologia sensibile – inserendo le immancabili tipologie psichiche secondo l’accezione junghiana – in Modelli psicosomatici oltre a ripercorrere la storia dello sviluppo della medicina attraverso la patologia, la diagnosi, i sintomi e i segni, le categorie nosografiche e terapie, viene ampliata la parte relativa alle tipologie omeopatiche e ai rimedi prescrivibili; viene altresì proposta la sostituzione del termine tipo con modello psicosomatico e inserito un capitolo dedicato alla sindrome climateriale. Attraverso un excursus storico, l’autore delinea la nascita e gli sviluppi dell’ars medica a partire dal concetto di patologia (da pathos = malattia e logos = discorso), asse portante del modello meccanicistico, in cui la cura della malattia nasce solo dall’inquadramento nosografico per apparati e tipologia. Più tardi con l’avvento della clinica e grazie all’osservazione dei sintomi e dei segni, si metterà in rilievo la condizione del malato e non la singola malattia, poiché il clinico costruisce nessi tra i segni raggruppandoli in sindromi formulando, quindi, un’ipotesi diagnostica e un probabile decorso. In tale passaggio fa da padrone la relazione terapeutica che ponendo le basi per un’attenta osservazione, permette ermeneuticamente il passaggio dal segno al suo significato. Prendersi cura della malattia equivale a prendersi cura del malato interamente, di cui il disagio cronico o temporaneo ne è espressione. Ed è proprio attraverso lo sguardo olistico che si dipana all’interno della relazione, che risulta possibile tutto questo. La relazione medico-paziente, è allora in tale ottica, simile ad una relazione analitica dove variabili quali il setting, il luogo di cura, la prossemica, l’apertura all’altro e il reciproco attraversamento psichico , divengono fondamenta necessarie per l’espletamento dell’ars medica. Se olistico è indicatore del tutto , il passaggio dal modello meccanicistico a quello sistemico per approdare a quello, infine, psicosomatico, diventa inevitabile per restituire dignità all’unità psicofisica… “Poiché la psiche umana vive in inscindibile unità con il corpo , la psicologia può staccarsi solo artificiosamente da premesse biologiche” (Jung, 1937). Oggi psicosomatico non significa che il disagio del corpo discende dalla psiche come modalità abreattiva, bensì che l’unità si esprime sempre e comunque attraverso le varie parti di cui siamo composti. Grazie alla PNEI sappiamo che esiste un interrelazione complessa tra i sistemi neuronali, endocrini ed immunitari per cui ad ogni evento interno od esterno l’organismo uomo risponde interamente determinando stati di salute o di malattie a seconda della griglia di lettura utilizzata dal soggetto rispetto all’evento scatenante. Ma a questo punto la griglia di lettura soggettivamente utilizzata rimanda al terreno di cui ognuno è portatore. In tale contesto s’inserisce, dunque, la medicina omeopatica che grazie al suo fondatore Samuel Hahnemann (leggi recensione su R. de Torrebruna – L. Turinese, 2007, Hahnemann. Vita del padre dell’omeopatia. Sonata in cinque movimenti) ed ai successivi sviluppi, ha determinato un diverso modo di approccio – ovvero globale e oggi integrato (non più alternativo o complementare) -, rispetto alle visioni separatiste e meccanicistiche della medicina classica. Se il concetto di salute, come dichiarato dall’Oms, non è l’assenza di malattia bensì la qualità della vita anche in presenza di disagio, la pratica omeopatica ben si colloca – per il suo carattere di totalità – in questo nuovo scenario del prendersi cura. Omeopatia, dal greco omoios/simile e pathos/malattia, indica il curare attraverso il concetto di “similia, similibus curantur” per cui i rimedi vengono scelti in base alle somiglianze tra i loro effetti e i sintomi dei pazienti. L’analisi del disagio viene effettuata attraverso l’osservazione di tre parametri fondamentali: costituzione, modello reattivo e tipologia sensibile. Il terreno da cui scaturiscono le risposte soggettive nasce, infatti, dall’incontro tra costituzione e modello reattivo a cui va unita l’osservazione della tipologia sensibile ai fini della prescrizione omeopatica. Ma se la tipologia sensibile tra il rimedio e il soggetto è l’ultima ratio per la prescrizione, diventa altresì necessaria l’analisi del tipo e delle sue molteplici caratteristiche. Nei secoli, a partire già da menzionamenti ippocratici circa la fisiognomica, si sono susseguiti studi sulle varie tipologie approfondendo osservazioni sulla costituzione , sui tratti del volto, sulla postura, sulla voce, sulla risposta psichica fino ad arrivare alle categorie morfofunzionali, endocrinologiche, omeopatiche e psicoanalitiche del nostro tempo. Comunque si guardi , il tipo esso è pur sempre un indicatore di globalità che…_”fornisce ritratti che dicono da dove un paziente parte e dove può arrivare…affina la diagnosi e la prognosi…orienta la terapia”_ (Turinese, 2009). Considerato che il tipo sensibile è un modello reattivo personalizzato, la proposta di Turinese concerne la sostituzione del termine tipo con “Modello psicosomatico” rimandando esso ad una minore rigidità e aprendo in tal modo le porte a probabili cambiamenti che possono, nel corso della vita avvenire. Scrive Galimberti a tal uopo: “L’uso acritico del tipo produce lo stereotipo, che nasce dall’uso rigido e cristallizzato del quadro di riferimento” (Galimberti, 1992:940). Sotto questo profilo l’omeopatia “medicina a paradigma psicosomatico…è il primo e più compiuto sistema medico occidentale basato sperimentalmente sull’unità psicosomatica” (Turinese, ibidem). Tale allargamento di prospettiva – frutto del percorso evolutivo dell’autore in quanto medico e psicologo analista – rende omaggio ai variegati percorsi dell’anima, che ponendosi tra corpo e spirito, assumono nel corso dell’esistenza virate spesso non previste. Seppur il cambiamento dell’individuo possa sempre esser considerato entro certi limiti, l’evoluzione personale è sempre soggetta all’alterità e come tale, quindi, passibile di risposte altre e non ripetitive. Un modello, come la parola stessa indica, può essere plasmabile, il tipo rimanda, invece, alla fissità. E se, come c’insegna l’alchimia, il “Fisso” determina le coordinate costituzionali mentre il “Volatile” è il frutto del percorso spirituale dell’individuo che pur sempre si compie attraverso la materia, la visione del cambiamento o della “fine” assumono – in quest’ottica – una finalità ben diversa rispetto alla comune visione allopatica: i cicli di apertura e di chiusura alla stessa stregua dei riti rappresentano delle iniziazioni e per tale motivo, non vanno aboliti o prolungati, piuttosto deve esserne integrato e digerito il senso. A digerire non è soltanto la psiche, bensì l’unità corpo psiche. Il capitolo sulla sindrome climateriale affronta, in tal senso, le tematiche legate a questo particolare e delicato momento femminile (ma non solo). Oltre ad elencare i vari rimedi utilizzabili per attenuare i disturbi ad esso collegati, l’autore fa una disamina profonda degli aspetti psico-culturali – sempre presenti anche se se inconsci- che del climaterio sono assi portanti. Distinguendo tra tempo ciclico e tempo lineare, la natura entropica dell’uomo si concretizza in ogni momento a partire dalla nascita. Ma è solo sul corpo della donna che l’Heideggeriano “Esser-ci per la morte” diviene più evidente offrendo il proprio corpo alla visione chiara ed inconfutabile della ciclicità della vita: nascita e morte. Impossibile qualunque tipo di negazione, se non quelle operate fin ora dalla medicina classica che vorrebbe allontanare quanto più possibile il tempo lineare e con esso la naturale fine di una fase. Nella “fine di una fase” è implicita l’apertura di un’altra: il climaterio oltre ad essere fine del ciclo mestruale può contemporaneamente aprire le porte ad un altro e nuovo modo di essere ove la possibilità è però data dalla “digestione” e dall’accettazione di un tempo che non è solo lineare ma trasformativo. Che la donna manifesti prima dell’uomo la naturale trasformazione, indica una verità non più confutabile: maschi e femmine sono diversi, diversa la loro fisiologia e diverso il loro modo di “vedere” e vivere gli eventi, la loro risposta al dolore e la manifestazione dei disturbi. La negazione di questi dati ha portato finora alla produzione di schemi diagnostici che sono notoriamente modulati sulla risposta maschile (come le apparecchiature da ECG ergometrici) considerati validi per entrambi i sessi con errori conseguenti che tutti possiamo immaginare. L’appendice sulla “Medicina di genere” a cura di Paola Marina Risi approfondisce i fattori alla base di tale diversità proponendo un diverso approccio di diagnosi e cura dell’universo femminile. Un testo, quindi, che ampliando la storia dell’evoluzione medica dagli esordi fino all’odierna omeopatia, rende omaggio alla molteplicità analizzando la diversità insita in essa: diversità non è separazione e complessità non significa ottundimento del non noto. Ciò che non si conosce va sempre comunque esplorato con l’umiltà di chi sa che comprendere è soprattutto accettare il limite e nella sua circumambulatio trovare il giusto equilibrio per la qualità della vita.