Al Cinema


Melancholia


di Lars von Trier, Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2011 Melancholia

Melancholia è il termine greco con il quale si indica lo stato mentale della malinconia e della tristezza che oggi viene incondizionatamente chiamato depressione. In una famosa incisione del 1514 Durer ne rappresenta la condizione, cogliendone il topos di chi vi si trova immerso, lontano dalla luce che rimane all’orizzonte incatturabile e imprendibile.

In questa eclissi del sole e della gioia di vivere, Lars Von Trier ci racconta la sua malinconia, proiettandone l’essenza su un pianeta enorme e divorante, la cui vicinanza minaccia inesorabilmente la vita, fino a distruggerla del tutto. E lo fa mettendo di fronte l’una all’altra due sorelle, opposte ma legate dallo stesso inesorabile destino: l’una incapace di essere felice, l’altra incapace di sostenere l’infelicità.

Justine e Claire , due capitoli di un’opera di intensità straordinaria e di straordinaria profondità psicologica. Le due facce della stessa dimensione esistenziale: Justine che alla malinconia si consegna e si abbandona; Claire che con ogni mezzo la fugge.
Dopo un preludio onirico fatto di immagini al rallentatore, il film ci immerge nella bellezza di un primo atto apparentemente sfolgorante della felicità dei due giovani sposi, la bionda Justine e il suo neo marito, subito “problematizzata” dalla difficoltà di raggiungere il luogo della festa , dove centinaia di invitati sono in attesa di un ricevimento senza precedenti organizzato nei dettagli dalla sorella Claire e il suo consorte.

E’ nella cornice di questa lussuosa villa immersa in un paesaggio di sogno, di fronte alla linea dell’orizzonte disegnata da un placido lago – richiamando la citata incisione di Durer – che si svolgerà l’intera evoluzione della tragedia cui von Trier ci fa assistere : immediata ed imminente, fin dalle prime scene, fin dalla impercettibile ma visibile trasformazione del volto di Justine sotto il suo velo bianco , dietro un sorriso sempre più tirato e finto, fino a giungere alla piena consapevolezza della sua impossibilità ad essere felice e, con questa, il suo integrale consegnarsi alla malattia e alla _visione _ che ne consegue.

Eppure sarà quella visione, incline a considerare la vita su questa terra per quello che è – cattiva come afferma la stessa – e non per come la vorremmo, che le consentirà di aderire agli eventi senza finzioni , aiutando la sorella Claire e il suo bambino a dirigersi verso quell’unico luogo segreto conservato nel profondo di noi stessi , il solo forse capace di ripararci nel silenzio, accettando l’ineluttabile conclusione di ciò che non si può fermare, né controllare.
Nel secondo atto infatti, von Trier ci fa assistere all’evolversi della malattia di Claire , al suo rifiuto di accettare ciò che è inevitabile, alla disperazione di fronte all’ implacabile avverarsi di una catastrofe che, malgrado tutti gli sforzi, chiude il tutto nel modo più poetico e drammatico si possa immaginare.

Melancholia è il pianeta della tristezza, della malattia dell’anima: nessun mezzo , né farmaco o illusione riesce a dominarne la grandezza. La catastrofe di cui parla il regista è puramente simbolica: l’aspetto divorante della malattia, il buio che ci oscura lo sguardo, non riguarda solo alcuni di noi, ma in qualche modo tutti noi.

Lilia Di Rosa