Al Cinema


L'uomo privato


di Emidio Greco, Italia, 2007

“L’uomo massa non vale assolutamente niente, è una semplice particella che ha perduto il senso di ciò che significa essere uomini, ha perduto cioè l’anima. Ciò che manca al nostro mondo è la connessione psichica, che nessun collegio di esperti, nessuna comunità d’interessi, nessun partito politico, nessuno Stato potrà mai surrogare” (Jung, 1946). Potremmo definire la pellicola come la ricerca eziologica della sofferenza derivante dal narcisismo individuale e collettivo. Cosa accade quando la totalità dell’essere viene mortificata, dando spazio solo ad una parte di essa e in particolare alla parte che il sociale richiede, ovvero il ruolo? Cosa accade all’altra parte rimasta in ombra e violentemente sepolta che chiamiamo identità? Il film di Greco analizza con toni pesanti rintracciabili dalla lentezza delle scene, la storia di un uomo che ha perso contatto con le varie parti di sé in onore dell’immagine sociale. Persona distaccata, fredda, incapace di provare emozioni sia nei sentimenti che nell’ascolto della musica – che pur tanto ama -, che prende “le misure” giorno per giorno, affermata nel suo imponente ruolo di docente di diritto, viene però aiutata dal destino a compiere una revisione di sé. Il suicidio di un suo studente, che lui non mai visto perché non l’ha mai guardato pur avendolo dinanzi e che rimanda alla metafora dell’incapacità del guardare se stesso attraverso il guardare l’altro, gli prospetta l’efferatezza con cui egli abbia ucciso quella parte di sé che nulla ha a che fare col ruolo ma che in realtà diventa l’umano all’interno di esso. Fallire la propria identità significa fallirne anche il ruolo. Film denuncia sui processi di massificazione dell’io, sul narcisismo e le sue matrici, sull’esasperazione quotidiana di una società che perdendo l’anima, ha perso la capacità di emozionarsi, di amare, di sentire, e forse anche di progredire. Il suicidio di sé prima o poi richiede un prezzo il cui pagamento rimanda inevitabilmente alla faticosa ricerca dell’anima perduta che possa ripristinare – come Hermes viaggiatore – il dialogo tra le parti. Interessante l’incontro finale con una vecchia amante, di alcuni anni più anziana, alla quale denunciare il suo fallimento di vita: si evidenzia la ricerca dell’anima attraverso un percorso a ritroso riconducibile a un materno che seppur gratificante, oggi non potrà più aiutarlo. L’essere adulto comporta la resa dei conti con sé ove la sconfitta del proprio esasperato narcisismo rimanda alla consapevolezza delle proprie scelte. Operazione non semplice che il protagonista del film compie – ancora una volta – ora in luce, ora in ombra, in estrema solitudine. E rimane allo spettatore stabilire se si tratta di scelta o d’incapacità, ai nodi irrisolti di ognuno di noi che come un uroboros proiettiamo nel mondo e ne veniamo da lui nutriti.

Segnalato da Giusi Polizzi