Al Cinema


L'uomo di vetro


di Stefano Incerti, 2007

Nella Palermo degli anni 70, quando ancora si pensava che la mafia non facesse più scalpore, inizia, invece, la grande vicenda del primo pentito: Leonardo Vitale. Tratto dall’omonimo libro di Salvatore Parlagreco, sulla scena si ripropone non solo il fatto, e cioè la scoperta della collusione tra mafia e politica grazie alle dichiarazioni di Vitale, ma soprattutto il travaglio interiore di quest’uomo – definibile come la realizzazione del progetto interiore – che si pente, non per restare in vita, ma spinto da una sorta di iniziazione al riconoscimento di sé. Uomo fragile, la mafia lo definirebbe: ma in realtà solo l’esperienza della carcerazione e la conseguente paura di venire ucciso a seguito delle sue dichiarazioni, permette a Vitale di di-venire come fin allora non gli era stato concesso. Divenuto mafioso per bisogno di accettazione da parte dello zio facente parte della famiglia degli “Altarello”, Vitale non pensa mai a sé, come egli stesso ammette, ma solo ad essere come gli altri lo vogliono. E da “uomo” egli deve appartenere alla “famiglia mafiosa” scelta per lui, in una sorta d’identificazione maschile che gli permetta di esistere. Ma la sua “presunta “fragilità , diviene la spinta alla sua nascita interiore: attraverso una sorta d’iniziazione mistica si ribella alla mafia pur sapendo che di lei resterà vittima. Non è soltanto il senso di colpa per quanto commesso in passato, che spinge Vitale ad agire: piuttosto, l’isolamento del carcere lo porta al riconoscimento di quel daimon – come direbbe Hillman – da sempre sopito perché al servizio di una falsa “famiglia” e, quindi, di una falsa comunità. In un momento di disperazione Vitale inciderà sul suo addome una croce con una lama per non dimenticare di quale croce egli è portatore: la croce non intesa solo nei termini del peso e dell’espiazione , ma anche della missione da compiere. David Coco, catanese, nel ruolo di Vitale, interpreta con grande maestria la sofferenza di un travaglio che esula dai bisogni di sopravvivenza, divenendo la “verità”, l’unica motivazione all’esistenza. Tra psichiatri collusi col potere mafioso, manicomi, elettroshock, psicofarmaci e falsi psicoterapeuti (verrà ingannato anche se solo per un brevissimo ed intensissimo istante da uno psicotico che si fingerà psicoterapeuta), l’esigenza di questo Sé non si placherà, ed il tentativo, da parte della cosca di rendere Vitale non solo socialmente e legalmente ma realmente, folle , non riuscirà. La mafia riuscirà a fermarlo, uccidendolo, solo quando il progetto di Vitale verrà portato a termine. Dalle dichiarazioni di Vitale si aprirà un nuovo capitolo nella storia della Magistratura e della mafia, che porterà alla conoscenza della “cupola”, di “cosa nostra” e del sentire mafioso che da sempre devasta la nostra terra.

Segnalato da Giusi Polizzi