Al Cinema


Lo scafandro e la farfalla


di Julian Schnabel, Francia, 2007

Se la morte è la logica ed indiscutibile conseguenza della vita, la sofferenza estrema, forse inaccettabile, diviene, invece, luogo di riflessione. L’ottimo film di Schnabel penetra nello spazio fisico dell’anima che è il corpo, per esprimere lo straziante disagio di chi si trova costretto a vivere in uno stato di totale immobilità ivi compresa l’assenza della parola e la perdita di un occhio. La prima riflessione sorge spontanea: costretto da chi? Non dal corso naturale delle cose che forse avrebbe condotto alla morte, ma da un comprensibile anche se non sempre giustificabile accanimento terapeutico. Ed ecco che di fronte all’inascoltata richiesta di morte in totale assenza di qualità della vita, a Jean-Dominique Bauby non rimane che un difficilissimo contatto col mondo esterno attraverso il movimento della palpebra sinistra indicatore dell’alfabeto. Riesce in tal modo, grazie alla memoria e all’immaginazione, a ripercorrere la sua vita dandogli finalmente un senso, per cui sarà l’infermità – come egli stesso afferma – a consegnargli la sua vera natura. Da questo viaggio interiore nascerà il libro dall’omonimo titolo del film, al contempo regalo e disperata ricerca di senso ad un efferata malattia le cui cause sono ancora sconosciute. L’ottima regia e sceneggiatura, permettono allo spettatore di sentire pienamente l’angoscia del protagonista attraverso l’occhio della camera da presa che inizialmente è solo concentrato sull’esterno per estendersi anche al protagonista solo quando la revisione di sé inizia a dipanarsi. Le emozioni che il film suscita, se non sono di paralisi fisica, rendono comunque bene l’idea di star dentro uno scafandro, dove il senso d’impotenza diviene insostenibile. Ma nella negazione della psiche a reggere l’impossibilità dell’espressione della sofferenza, il protagonista riesce tuttavia, attraverso un movimento che ricorda il battito d’ali di farfalla, a restare attaccato alla vita. Film senza apparente posizione a favore o contro l’eutanasia, anche se ciò che rimane dalla sua visione è la sensazione di un disegno divino a cui è impossibile sottrarsi, a cui spettano comunque le decisioni finali. Film necessario per la riflessione sul nostro tempo, rispetto al tema della vita ad ogni costo pena sofferenze inimmaginabili da parte di chi non vive il disagio. Film che “tenta” un avvicinamento spirituale – senza però approfondirlo – per spiegare la vita e la morte. Ma allo spettatore non rimane che sentire dentro sé il valore e il potere del libro arbitrio, sostanzialmente soggettivo e necessario per la dignità della propria vita.

Segnalato da Giusi Polizzi