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L’eresia di James Hillman - Sulle tracce di Jung


Dr. Maurizio Nicolosi
Psichiatra Psicoterapeuta

Argomentare sulla personalità e sull’opera di James Hillman è notoriamente arduo sotto molti rispetti, ma chiosare i commenti di illustri personalità sul suo pensiero è cosa paradossale, a dir poco, e asperrima.

La sfida, tuttavia, è apparsa intrigante, e ho voluto raccoglierla, pur consapevole dei rischi che in una tale impresa deve affrontare chiunque si faccia “traduttor dei traduttor d’Omero”: così Ugo Foscolo sarcasticamente apostrofava Vincenzo Monti, poeta modesto ma felice trascrittore in italiano dell’Iliade, ignorante di Greco (absit injuria verbi) ancorché dotato di fertile fantasia e di dimestichezza con l’arte e col bello.

Mi accingo all’impresa, quindi, di postillare, seppur in maniera essenziale e stringata, le sei lettere raccolte nella parte che titola “Sulle tracce di Jung”, ma lo farò cercando di “guardare in trasparenza”, senza esautorare l’Io dal compito di discernere e di esercitare le funzioni precipue di critica e di giudizio, semmai temperandone la sempre possibile soverchiante protervia con uno sguardo immaginativo, “rigirando” – direbbe lo Psicologo di Atlantic City – lasciando che emergano le immagini e non solo i concetti.

Racconta Hillman, nel contesto di una della tante interviste, che durante uno dei suoi tour di Conferenze, l’ospite ospitante presso il quale si trovava per cena gli chiese chi egli fosse “in realtà” perché voleva conoscere il “vero” Hillman. E l’ospite ospitato, irritato per quella domanda e reattivo in maniera inusitata, si infuriò, e, alzando la voce, picchiò con le mani sul tavolo.

Parlare di Hillman, oggi più che ieri, porta necessariamente a confrontarsi con un interlocutore complesso e mutevole. Gli stessi curatori del volume, Mondo e Torinese, amici cari e stimatissimi, non si sottraggono al giogo –e al gioco, si perdoni il calembour!- e, nello scritto di apertura, si chiedono limpidamente se stiano rivolgendosi all’amico, al collega psicoterapeuta, al maestro di dottrina, allo psicoanalista teorico, allo scrittore di successo, al conferenziere brillante, al filosofo eccentrico.

Penso che James Hillman avrà accettato di buon grado questa attribuzione di proteiformità. Meno sicuro sarei, semmai, delle reazioni possibili riguardo agli autori che gli Editors hanno citato nell’amplificare e fondare il loro assunto. Non tanto per quella di Pirandello, forse un po’ troppo “cerebrale” per il gusto dello psicologo ma indubbiamente “del sud” (proprio come la Psicologia Archetipica nella definizione di Hillman stesso), quanto per quella, felicissima in verità, di Hermann Hesse, scrittore e pensatore assai popolare ma anche assai detestato da Hillman, … da pugno sul tavolo…

Il disagio sulla impossibilità di definire in maniera univoca l’interlocutore serpeggia, qua e là, nelle lettere a Hillman, ma non disturba più di tanto, anche perché i commentatori epistolari non sono inferiori allo Psicologo per spessore culturale e diversificazione di interessi.

Non è tanto l’interrogativo sul ruolo sociale e culturale di Hillman, sulla sua “Persona” junghianamente intesa, ma quello sulla “appartenenza” che , quasi un filo rosso, sembra insistere a più riprese nelle diverse lettere a lui indirizzate.

La stessa apposizione di “eretico” pone in gioco la questione della appartenenza. Non solo per il manifestarsi di un aspetto di verità scisso, assolutizzato, inflazionato, e quindi reso folle: tale è propriamente l’eresia; ma anche per la esperienza di una filiazione deviante e degenerata.

E’ davvero così?

Se il modello di riferimento, l’archetipo attivante, è quello del rapporto genitori-figli (Jung padre di Hillman e Psicologia Archetipica figlia della Psicologia Analitica) l’esperienza dell’eretico, o meglio dell’eresiarca, è indubbiamente costellata.

Il Puer indomito, incessantemente alla ricerca di quel logos del sentimento del quale parla Bianca Garufi nella sua lettera, dopo anni di obbedienza e di subordinazione, riveste improvvisamente i panni del bambino ribelle, si tira fuori dal sentiero degli antichi padri, esplora territori inconsueti o proibiti, trova la sua illuminazione interiore. Il più delle volte, però, si tramuta presto in Senex: la diversificazione diventa Opposizione, il sentiero diventa la Strada, l’illuminazione diventa la Verità, la trasgressione diventa la Teoria.

Questa è la storia, in genere, di tutte le “eresie”, siano esse teologiche, filosofiche o scientifiche.

Esiste, tuttavia, un altro percorso, più arduo e meno frequente, che non prevede la sostituzione del Puer con il Senex, ma che mantiene in tensione e in equilibrio i lati opposti, generando non opposizione ma dialettica, senza scomuniche e senza fondamentalismi.

In questo caso sembrerebbe che la determinante archetipica non sia più il rapporto parentale ma il rapporto di coppia.

Ma non è solo un dramma di due protagonisti! Anche chi, all’inizio, è osservatore esterno ed estraneo alla diatriba, è chiamato poi, a vario titolo, a fare una scelta di campo, prendendo posizione per l’uno o per l’altro, arbitrando, giudicando, commentando, mettendo in gioco le proprie caratteristiche psicologiche, esasperando i toni o, al contrario, temperando le asperità.

Gli scambi epistolari del libro riflettono questa condizione, e il rapporto tra Hillman e i suoi interlocutori prende volti differenti: ora la concordia, ora la mediazione, ora l’aspra contesa.

“La verità è una: sono gli uomini a chiamarla in modi diversi” è l’assioma che Aldo Giuliani sembra riproporre, rivisitando in parallelo le letture junghiana e hillmaniana su Hitler, concludendo che le osservazioni dello psicologo americano sul daimon del cattivo seme non sono poi così diverse dal ritorno di Odino teorizzato dallo psicologo svizzero.

Il traduttore delle prime fondamentali Opere del Nostro, piuttosto, pone sé stesso in opposizione a Hillman e a Jung medesimo, enfatizzando l’importanza rivestita dal contesto storico e sociale rispetto alla assolutizzazione di un fattore astorico o, meglio, trans-storico, archetipico.

Più in punta di fioretto è la tenzone che vede Marcello Pignatelli deuteragonista.

Delle diverse argomentazioni critiche proposte nella sua lettera, e che nel dichiarato riassumerebbero le principali difformità di veduta con Hillman, mi soffermo su una, a mio avviso di particolare interesse.

Pignatelli procede dalla rivisitazione delle famose argomentazioni di Jung circa le due forme del pensare. Con puntuali rimandi alla linguistica desaussuriana, allo strutturalismo, e alla classica distinzione tra lingua e linguaggio, egli oppone al primato hillmaniano dell’immagine quello della parola, considerata come specifica dell’essere umano.

Assai interessante è il fatto che Pignatelli, nell’esposizione del suo pensiero critico, fa riferimento, seppure con qualche imprecisione, a correlati anatomico-fisiologici. Ricorda così che il cervello umano ha due emisferi, il destro e il sinistro, diversi per storia evolutiva, per organizzazione anatomofisiologica e per funzioni neuropsicologiche sottese: l’emisfero di destra è connesso al sottostante “cervello emozionale” ed sede delle attività immaginativa e fantastica; l’emisfero di sinistra, dominante, è predisposto invece al movimento e al linguaggio.

E’ sorprendente, e paradossale insieme, come questo ancoraggio di aspetti d’anima (psiche) ad aspetti di materia (soma), peraltro operato senza riduttivismi e senza facili determinismi, possa ridurre la distanza tra Pignatelli e Hillman, piuttosto che accentuarla, se si guarda da una particolare prospettiva: quella di Julian Jaynes.

Nel 1976 il famoso psicologo sperimentale ha esposto una brillante teoria, per molti aspetti rimasta non ulteriormente verificata ma straordinariamente suggestiva e verosimile, e nota ai più come la Teoria del Crollo della mente bicamerale e dell’origine della coscienza.

Jaynes, muovendo da una analisi del funzionamento mentale e del comportamento dei personaggi dell’Iliade, ha sostenuto che la mente arcaica –quella degli eroi omerici, appunto- era bicamerale: la metafora tratta dal lessico politico-parlamentare indicava che contenuti mentali transitavano da un’area cerebrale all’altra.

Nell’uomo dell’antichità l’area dell’emisfero destro, corrispondente e simmetrica all’area di Wernicke dell’emisfero sinistro, quella legata al linguaggio, aveva un funzione allucinatoria legata all’esperienza di “voci” percepibili anche dall’emisfero di sinistra. In quanto “allucinazioni” le voci non erano riconosciute dai soggetti come proprie, bensì aliene, esterne: le voci degli dei. Una parte della mente “decideva”, accogliendo il volere degli dei, l’altra “eseguiva” quanto dagli dei ordinato. Ecco perché, secondo la teoria proposta, i personaggi omerici sembrano agire secondo decisioni che procedevano da imperativi di voci divine piuttosto che da processi personali di introspezione e di memoria.

In un tempo successivo, la mente bicamerale sarebbe crollata, scomparsa, e la funzione direttiva dell’agire delle “voci divine” sarebbe stata sostituita dallo sviluppo della scrittura, dalla acquisita capacità di fabbricare metafore da parte del linguaggio parlato e dall’uso della divinazione invece che il ricorso agli oracoli come sostituto della funzione direttiva del rapporto con gli dei.

Non del tutto confermata sul piano scientifico, la teoria di Jaynes lo è, però, sul piano storico, letterario, simbolico. E Hillmaniano. Hillman, in diverse circostanze, ha citato il famoso Dialogo delfico di Plutarco di Cheronea “Il Tramonto degli Oracoli”, nel quale si narra del pilota mercantile egiziano Tamo che, navigando nell’Adriatico, udì una voce forte che annunciava “il grande dio Pan è morto”, a significare il crepuscolo del mondo pagano segnato dal silenzio degli dei e degli oracoli.

Esperienza questa non dissimile da quella di Giuliano l’Apostata, raccontata anche da Luigi Zoja nella sua lettera a Hillman e che si trova in altra sezione del libro. Nel 363 d.C., l’imperatore romano, fratellastro di Costantino, che, iniziato ai culti mitriaci, aveva cercato di conservare l’antica religione politeista dal Cristianesimo ormai imperante, ricevette l’ultimo oracolo del santuario di Delfi: “Vai e riferisci al re che il bel edificio è a terra, Apollo non ha più né capanna né alloro, la fonte è disseccata e l’acqua gorgogliante è muta”. Mai profezia si sarebbe rivela più esatta: nell’anno 393 d.C. un editto dell’imperatore Teodosio avrebbe decretato la fine dei giochi di Olimpia e l’anno dopo, nel 394 d.C., un al tro editto la chiusura del santuario di Delfi.

Gli dei torneranno, ma quando questo accadrà saranno diventati “malattie”.

La lettera di Aldo Carotenuto pone problemi di natura epistemologica e inasprisce il contrasto con l’interlocutore: dal fioretto alla sciabola, si potrebbe dire.

Lo psicologo analista napoletano, scomparso di recente, riprende la brillante argomentazione esposta nel suo “Discorso sulla metapsicologia” del 1982, dove sosteneva che l’equazione personale di ogni autore di teorie psicologiche o psicoanalitiche veicola un ineliminabile fattore di soggettività che costringe a interpretare e riorganizzare in modo personale i dati oggettivi e che dà fondamento psicobiografico al modello descritto.

La risposta di Hillman è pepata e rigetta l’ipotesi, considerando preponderante il fattore archetipico anche nella genesi di una teoria.

L’argomentare di Carotenuto, peraltro, pur essendo epistemologicamente fondato rimane prudente, e non si spinge oltre l’esposizione di un modello interpretativo di carattere generale. Ben diversamente da quanto esposto nel libro dell’82, dove i luoghi principali del pensiero psicologico e psicoanalitico venivano analizzati nella loro genesi ed ancorati a dati di storia personale degli autori.

Il lettore, magari desideroso di verificare le argomentazioni di Carotenuto, potrebbe allora chiedersi quali elementi della vita di Hillman possono aver dato contributo decisivo alla costruzione della Psicologia Analitica. Un interrogativo, questo, che potrebbe restare senza risposta! Non troviamo nella storia personale del Nostro significative complessualità parentali come in Freud o in Jung, né l’influenza di una moglie animosa e soverchiante come in Alfred Adler, e neppure le irrisolte preoccupazioni per un apparato genitale sottodotato come in Fritz Pearls.

Hillman, è vero, ha parlato diverse volte della sua storia personale, ma in verità chi si sentirebbe di affermare che la Psicologia Analitica nasce dal lavoro dell’Hillman diciannovenne con i reduci di guerra non-vedenti, o dal contrasto profondo con il cristianesimo nella sua versione calvinista, o dall’incontro carico di ambivalenza con uno Jung mitizzato, percepito fisicamente come gigantesco e ingombrante?

Forse ha davvero ragione Hillman. Non è la psicobiografia ad essere determinante nella costruzione di una teoria, ma il mito personale e i miti collettivi che la vita individuale attraversano e modificano.

O, forse, più semplicemente, e romanticamente, si potrebbe affrancare la genesi e la costruzione di una teoria psicologica dalla pastoie di un positivismo e di un biografismo storicisti, e considerarla piuttosto come il portato della creatività individuale e della base poetica della mente, così come un opera artistica.

Un po’ come è stato per Friedrich August Kekulè, il celebre chimico tedesco, che inventò la formula dell’anello benzenico dopo due sogni. Il primo fu un sogno a occhi aperti fatto durante il viaggio su un bus londinese. Kekulè, assorto nei suoi pensieri, ebbe la chiara visione di come gli atomi potessero legarsi tra loro. Il secondo fu invece un sogno vero e proprio. Kekulè era al suo tavolo di lavoro, intento a capire come potesse organizzarsi la molecola del benzene. Stanco di pensare a vuoto, disperando di arrivare a una soluzione, si mise davanti al caminetto e si addormentò. Nel sogno vide gli atomi che si legavano tra loro a formare una specie di serpente, il quale, a un certo punto, si morse la coda, formando così un anello. Al risveglio il chimico tedesco ebbe l’illuminazione: la molecola di benzene poteva essere un anello, anzi un esagono, come poi è stato ampiamente verificato e dimostrato.

Nel 1984 il regista ceco Milos Forman ha trasformato in film (“Amadeus”) una piece teatrale di successo di Peter Shaffer del 1979. Il lavoro del drammaturgo inglese in maniera fantasiosa legge la vita di Mozart attraverso gli occhi dell’altro musicista coevo e rivale, Salieri. Il teorema del lavoro teatrale e del film è che l’invidia di Salieri, spinta sino all’omicidio, era fondata sullo stupore carico di rabbia e di distruttività dal momento che Dio non aveva scelto lui, mite, devoto, casto, obbediente, per far sentire la Sua voce, ma un essere scurrile e scostumato.

In fondo, Salieri muoveva dalla constatazione che l’espressione creativa musicale di Mozart, geniale e sublime a un tempo, non era spiegabile con la vita umana del musicista. Mozart, assai verosimilmente, non era il ragazzaccio immaturo, licenzioso, irresponsabile e impulsivo descritto da Shaffer e da Forman. Era, più semplicemente, un tipo normale, come tanti. Lo stesso epistolario sembra confermarlo: non vi si trovano pensieri profondi, né alate argomentazioni, né tormenti dell’anima, né folgoranti illuminazioni, ma i problemi quotidiani di un uomo come molti, che faceva debiti, che chiedeva prestiti al padre, che litigava con la moglie, che si industriava a sbarcare il lunario. Ma la musica era il SUO linguaggio, il SUO modo di rispondere alla chiamata del Daimon.

Anche Augusto Romano sembra muoversi in questa direzione quando paragona il discorso hillmaniano a un partitura musicale, che può piacere o meno, che può affascinare o annoiare, ma che non può essere confutata e che non invita alla discussione (sui gusti non si disputa!).

Una schermaglia d’apertura! Poi lo Psicologo torinese vibra la sua stoccata tacciando Hillman di essere un ispirato bricoleur, che utilizza il materiale che altri, prima di lui, hanno lasciato per costruire qualcosa di personale e di diverso. Potrebbe anche essere un complimento, piuttosto che un epiteto ingiurioso, salvo il fatto che, ancora una volta, viene chiamato in causa l’archetipo parentale.

Forse l’ipotesi di considerare la teoria psicologica come il portato della creatività, e quindi dell’emisfero destro non meno che del sinistro, per quanto non incontrovertibile, può offrire la possibilità di una mediazione, sottraendosi alle forche caudine della genitorialità.

La Basilica di San Pietro in Vaticano, così come la conosciamo oggi nella sua struttura architettonica, ha richiesto circa due secoli per la sua edificazione: dalla prima idea di Leon Battista Alberti (1452) al completamento della facciata ad opera di Carlo Maderno (1629). Quando nel 1547, alla morte di Raffaello, Michelangelo assunse la direzione dei lavori della Fabbrica, egli riprese il progetto antico di Bramante e lo rielaborò facendone una cosa nuova. E non diremo, certo, che Michelangelo sia epigono di Bramante per averne ripreso il progetto, né che sia eretico per aver cambiato in croce greca la croce latina pensata dall’Urbinate o per aver ideato e messo in cantiere una Cupola volumetricamente doppia rispetto a quella da altri ideata, né, tantomeno, che sia un bricoleur per aver utilizzato strutture architettoniche già esistenti o per aver riciclato materiale di risulta della Fabbrica!

Il paragone mutuato dalla Storia dell’Arte porta nel cuore dell’altro nodo che oppone Hillman ad Augusto Romano, il quale contesta allo psicologo americano di avere, di fatto, riassorbito l’Etica nell’Estetica, e con questo di aver dato alimento a un “pensiero debole” di inevitabile colore new-ager.

Non si vuol qui entrare nel merito della dialettica tra Estetica ed Etica, discutendo del primato: sarebbe difficile, lungo e, forse, lacerante.

Augusto Romano, tuttavia, indica un limite reale che, forse, nel contesto di ogni discorso su Hillman sarebbe opportuno tenere presente.

Jung sosteneva che junghiano era solo Jung, lui medesimo! Forse anch’egli voleva proteggere se stesso e gli altri dall’archetipo della genitorialità e della filiazione.

Lo si voglia o no, quando qualcuno esprime la propria creatività in maniera attraente e persuasiva viene generato un seguito, e in questa filiazione qualcosa si perde, qualcosa si acquista, qualcosa degenera, qualcosa si perfeziona.

L’epigono, l’allievo, il seguace, il fan si pone sulla strada del Maestro cercando di ripercorrerne il cammino, inizialmente per mimesi. Ma sempre facile imitare la forma di un opera, più difficile immedesimarsi col genio che l’ha pensata.

In altre parole, la letteralizzazione è sempre in agguato. Per questo Romano sostiene che il politeismo della psiche o la pervasività dell’anima mundi sono ben altra cosa dal relativismo etico, dal cinismo pratico, dall’incapacità di nominare il bene e il male, e di riconoscerli mantenendo la tensione.

Bene fanno allora Bianca Garufi e Luciano Perez, le cui lettere non casualmente aprono e chiudono la prima sezione del libro: si perdoni la superficiale annotazione di sapore strutturalista! L’uno e l’altra sembrano rinunciare sia ai duelli che agli armistizi: più semplicemente, si lasciano possedere da Mnemosime, affidando alla memoria, non solo quella concreta dei ricordi, ma quella creatrice e immaginale, il senso, il valore e la testimonianza del loro rapporto con Hillman.

E’ un esempio da seguire. Diversamente, saremmo sempre nel pericolo di letteralizzare e di fare quello, che secondo Giovanni Papini, faceva ogni discepolo di Cristo agli inizi della sua sequela: “parafrasa le frasi, glossa le sillabe, gigantifica l’accessorio, dinerva l’essenziale, e non pago di questo, spaccia il proprio vomiticcio come elisire distillato e quintessenza”.