Una finestra sul mondo


L'anima del mondo è sporca...


di Elvira Seminara

L’anima del mondo è sporca, dice Hillman, e l’interprete lo guarda un attimo perplesso, naufrago fra le tempeste dell’io. Come si può tradurre “fabbricare anima”?

Appare uno scherzo surreale dare termini letterali e concreti alla celeste immaginazione di James Hillman, così come buffa e incongrua appare la banana che ha portato nella cartella, e gaiamente divora nella prima pausa della conferenza. Così, fra leggerezza e necessità. Come la sua scrittura.

Perché l’anima è sporca? Lui prosegue a parlare, accompagnando le frasi con un leggero gesto delle mani a conchiglia, il braccio che disegna circoli nell’aria, la gamba che accompagna lieve il movimento. è sporca perché abbiamo perso il sentire comune del mondo, perché rinneghiamo continuamente le nostre origini cosmiche, non siamo più capaci di riconoscerci e ritrovarci dentro la natura, dentro la società, dentro il cuore dell’universo stesso.

Siamo capaci di ragionare solo in termini di Io, io, io, e il senso comune della vita ci sfugge, come il suo mistero. Altro che unificazione in rete, in Euro, in Internet. Visti coi suoi occhi siamo così ridicoli, così solitari. Lui insiste su di un punto, la psiche sovrumana e ancestrale, mitica e unica, che ci sovrasta. Non è dentro il corpo, ma fuori. è il corpo che risiede nella psiche, e questa non è mia né tua, è di tutti, e noi costruiamo un ponte per abitarla e trasmetterla, il che è poi comunicare.

A me che sono giornalista, e non psicologa né studiosa, tutto questo, insieme al suo gesto morbido da vecchio maestro, mi tocca da vicino. Mi commuove. Hillman mi ha sempre fatto questo effetto, è una commozione che prende insieme il cervello e il cuore.

Sovvertire”, dunque, è questa la parola che usa e ripete l’interprete. Combattendo l’invasione della “civiltà”. Riscoprendo e partecipando il mondo, che non è soltanto, romanticamente, alberi e fiumi e tramonti, ma soprattutto case e palazzi, uffici e animali, città piene di gente e di auto, di religioni e di cibi, di saperi e di occhi diversi. Anche qui puoi ascoltare l’universo che preme. “Così puoi far rinascere il mondo morto, il mondo senza cognizione”.

Ovunque, d’altronde, c’è bellezza, e la bellezza è senso. Non è vero che è immagine, copertura, rivestimento, orpello. La bellezza è contenuto stesso, è messaggio.

Ma come si fa, vorrei chiedere, a sovvertire e insieme condividere? Dov’è il logos dell’anima?

Lui lo dice subito, non c’è bisogno di domande. è proprio questo il dilemma dell’uomo contemporaneo: individuazione o adattamento. “è il conflitto tra civilizzazione e cultura, che non può essere risolto ma deve essere affrontato. Ognuno di noi è membro della civiltà e rappresentante della cultura. Lo studio di Freud aveva due porte di accesso, una pubblica (vicina ad una macelleria) e una nascosta, segreta. Due porte per lo stesso individuo. Quello della cultura è il lavoro segreto e deve restare al riparo dalla civilizzazione, resistere alla civilizzazione che appiattisce e cementifica, uguaglia tutti indistintamente. La stessa civilizzazione non vuole essere trasformata in cultura, non deve. E oggi la terapia – qui parla lo psicologo – è adattamento alla civiltà. Non a casa è basata su termini come identità, affermazione dell’io, potere, forza. Mentre il nostro compito dovrebbe essere quello di guarire le persone dall’eccesso di civiltà. Riportarle all’Io originale e mitico”.

Insomma essere puer e non senex, per usare le sue categorie. Cioè vitali e fantasiosi, duttili e frementi. E non immobili e stanchi, rigidi e sordi ai richiami del mondo.

Ma il puer è depresso. Demotivato, stanco. L’anima del mondo è torbida, intossicata. Le voci dell’universo tacciono sotto i fischi delle bombe. Gli dei si sono rifugiati sgomenti dietro le maceria di qualche grattacielo.

Dov’è lo spazio per fabbricare anima?

Hillman e sua moglie hanno finito la loro banana, insieme. Le due bucce fanno un balzo nel cestino. Quello “spazio”, si capisce, è dentro di noi. Ma bisogna conservarlo aperto, luminoso.

Tratto da Psicologi e Psicologia in Sicilia, anno V – n. 1 – Febbraio 2002