Al Cinema


L’amante inglese


di Catherine Corsini, Francia, 2009 L'amante inglese

La recensione di Lilia di Rosa

“Chiameremo libero l’uomo che possiede se stesso o l’uomo della passione, che cerca di essere posseduto, spogliato, gettato fuori di sé medesimo, nell’estasi?” (D. de Rougemont)

Il tema della distruttività dell’amore nelle sue infinite declinazioni è stato da sempre diffusamente attraversato dalla letteratura cinematografica. Il danno, come Attrazione fatale o il più recente Match Point, solo per citare alcuni esempi, hanno messo in scena quanto la passione può tradursi in annientamento e devastazione, sovvertendo l’ordine della Ragione per entrare in un mondo in cui il ribaltamento dei valori trascende i confini dell’Io, di quell’Io che – citando Umberto Galimberti – credeva fino a quel momento di essere padrone a casa sua.

Il tema del possesso che questo film affronta, nel doppio registro di possesso quale “_diritto di proprietà_” sancito dal matrimonio , e possesso come “_esercizio personale_” della libertà di scelta, può compendiarsi nelle seguenti battute :

Tu sei mia moglie” afferma lui
Lasciami andare” ribatte lei.

Nella assolutizzazione di entrambe le affermazioni, all’uno e all’altro è venuto meno il possesso delle facoltà di discernimento, la capacità di riconoscere il limite oltre il quale il diritto alla difesa del patto matrimoniale sconfina nella possessività e nel ricatto economico; così come il diritto a seguire la propria libertà di scelta non precipiti nell’autoinganno, cedendo acriticamente a forze oscure e incontrollabili.

L’unico a mantenere il possesso della realtà e a non smarrire del tutto sé stesso, è qui rappresentato da Ivan, l’amante “spagnolo”, che pur travolto dalla passione dei sensi, ne riconosce l’insensatezza, ne intuisce i pericoli, senza tuttavia riuscire ad evitarli.

Un film asciutto, scarno, come il corpo espressivo della magnifica protagonista; diretto, come la sua ostinata determinazione. Nessuno spazio ad indulgenze sentimentali, né a considerazioni morali. Sottolineato più da suoni che da musiche: taluni terribili, come lo sparo che lo apre e che lo chiude.

Lilia Di Rosa

La recensione di Giusy Polizzi

“…e se il nome di moglie sembra più santo e più importante, per me è sempre stato più dolce quello di amica o, se non ti scandalizzi, di concubina e persino di prostituta… io preferivo la libertà dell’amore al vincolo coniugale… se Augusto , signore di tutto il mondo si fosse degnato di offrirmi l’onore del matrimonio, e mi avesse donato per l’eternità, l’intera terra, anche allora mi sarebbe sembrato più dolce e degno essere chiamata la tua meretrice piuttosto che la sua imperatrice”. (Eloisa ad Abelardo)

…ma per Abelardo , in quanto filosofo, il ruolo della ragione fu, non tanto prioritario rispetto alla passione ma sicuramente affiancato alla sua carriera ed alla sua immagine. Al punto da costargli l’evirazione.

Nel mondo greco gli dei erano pieni di passione ma a differenza dei nostri giorni, questa confliggeva poco con gli artifizi della *“ratio”*. Se il giovinetto alato, armato di arco e di frecce, accendeva la passione, qualunque devastante conseguente effetto non sarebbe affatto assurto a ruolo di deterrente.

Ma questo accade ancor oggi nonostante la scissione tra passione e razionalità sia più netta rispetto al mondo greco, e per questo più patologizzante, parafrasando Hillman.

Ed è ciò che accade ai protagonisti del film. Suzanne (Kristin Scott Thomas), Ivan (Sergi Loper) e Samuel (Yvan Attal). Nella quotidiana routine di un perfetto matrimonio borghese ove il raggiungimento degli obiettivi materiali e di riconoscimento sociale sono all’apice, Eros devasta senza soluzione di continuità, l’immaginario della certezza così tanto invocata dal mondo occidentale: la stabilità. L’amore, o passione che dir si voglia – visto che a noi umani non è ancora data da comprendere la differenza se non alla fine del “devastante” evento, travolge la bella e affascinate moglie di un medico , e un suo operaio – ex galeotto – infinitamente dolce, delicato, che sa far affiorare la passione da meandri sottili e profondi senza che essi attraversino il detto. Cosa accade nella mente di Suzanne è impossibile da stabilire con il cartesiano metro della cogitans. Neanche quella analitica. Jung scriveva che l’amore è equiparabile ad un stato psicotico – forse per questo di Grazia – proprio perché ad esserne invaso fu egli stesso attraverso Sabina Spielrein, sua paziente divenuta successivamente una tra le più grandi analiste infantili.

L’abbandono del tetto coniugale da parte di Suzanne, i pochi soldi, le ritorsioni del marito – tutte basate sul potere economico che spesso è l’unico a tenere in piedi i matrimoni, vengono rappresentate nel film come forme di Eros che non si avvalgono affatto di ragionevolezza, ma solo d’istintualità. Anche quando non più di amore si tratta ma di arroganza e bieco possesso. Dell’altro ovviamente e dell’immagine che esso rappresenta. Fino ad arrivare agli estremi limiti ove amore e morte si confondono. Da sempre e per sempre come gli Dei insegnano.
Che ben venga l’ ”Epoché” di hurselliana memoria dunque, a sotterrare qualsivoglia tentativo di giudizio… ognuno potrà addurre in fatto di passione la propria alternativa soluzione, ma rimane il fatto che nulla abbia ancora sconfitto forze primitive e non passibili d’imprigionamento. Forse, visto che l’amore è dono degli Dei come scrive Galimberti, occorrerebbe sempre leggerne il senso, non per relegarlo all’intelletto, bensì per farne anima , connettendo l’infero al supero e così assaporare un pezzo d’infinito.