Al Cinema


La terra degli uomini rossi. Birdwatchers


di Marco Bechis, Italia, Brasile, 2008

Nel 2003 Marco Bechis autore del film, compie un viaggio in Brasile con un gruppo di birdwatchers (osservatori di uccelli) e, venuto a conoscenza del fenomeno dei suicidi tra i giovani kaiowà del Mato grosso do Sul, decide – attraverso la pellicola – di portare a conoscenza le lotte di queste tribù per la riappropriazione delle loro terre, oggi adibite a coltivazione di soia transgenica. Storia molto vecchia ma sempre molto attuale, laddove il potere del bianco- nonché del più forte per via della violenza che utilizza sugli altri – ha il sopravvento su popolazioni non solo meno abbienti ma ,soprattutto, assenti nel pensiero di alcuna forma di violenza se non quella della difesa che viene messa in atto attraverso l’aiuto degli spiriti. Una tribù confinata nelle riserve e dedita ormai solo ad alcool e droghe, decide, quindi, di riappropriarsi della terra strappatagli moltissimi decenni prima e senza tuttavia riuscirci, cerca di riscattare, pena la morte, il suo diritto più antico. Film denuncia dell’attuale politica distruttiva che da secoli si protrae e che non tiene più conto né dell’esistenza di altri popoli né delle loro tradizioni e cultura, né del valore dell’ambiente. “Non abbiamo più le foreste” è la frase che ricorre spesso e sulla quale tutti siamo chiamati non solo a riflettere ma soprattutto ad agire per la salvaguardia del pianeta, ormai in ginocchio, a favore degli interessi economici di chi del potere sull’altro ne ha costruito la propria forza. Film centrato soprattutto sulle tribù, sulle loro credenze e appartenenze, sulle loro difficoltà a sopravvivere, sulla difficoltà d’integrazione che spinge a frequenti suicidi, dove però l’uomo bianco rimane sullo sfondo per esibirsi solo nella sua efferata violenza. Comprensibile il diritto alla proprietà del bianco nato e cresciuto in quelle terre, ma come sempre, i sospesi della storia ritornano, anche a distanza di secoli chiedendo il conto. Comune e diffusa eziologia delle guerre tra i popoli dove il tempo non lenisce le ferite dell’anima e dove quest’ultima appare immortale nel reclamare il rapporto con le proprie origini. L’anima non conosce il tempo e il tempo si annulla. La terra ingoiata mostra, ancora una volta, come la nostra essenza che chiamiamo corpo, sia fatta di spirito, e lo spirito non teme la morte, se questa diviene giusto tributo alla difesa di sé. Una nota di speranza viene data dall’incipiente relazione tra la figlia del fazendeiros e l’apprendista sciamano della tribù, ma è una nota stroncata sul nascere che lascia l’amaro in bocca indicandoci che il tempo della pace, dell’amore e del rispetto dell’altro è ancora molto molto lontano.

Segnalato da Giusi Polizzi