Al Cinema


La pelle che abito


di P. Almodovar, Spagna 2011 La pelle che abito

La ricerca estetica curata con maniacale attenzione, la bellezza della vittima protagonista, il gusto mai perduto per l’eccesso, sottolineano e rafforzano la scelta estrema di questa storia sconcertante che solo apparentemente tratta il tema dell’identità.

Direi piuttosto che Almodovar utilizzi qui i suoi preziosi strumenti di regista per illuminare gli eccessi della scienza e il suo delirio di onnipotenza: unico strumento per difendersi dalla incapacità di accettare la perdita e la sofferenza che gli è connessa.
Cosa non può tentare un chirurgo estetico che ha perso la propria donna suicida a seguito di un incidente che l’ha completamente carbonizzata? Come non riuscire a utilizzare il proprio potere e il proprio desiderio di vendetta su colui che ha tentato di stuprare la figlia?
Sappiamo che oggi il progresso scientifico e l’ingegneria genetica dà al medico il potere di modificare la struttura stessa della vita, di “copiarla” , di manipolarla . Se ciò è nelle mani di un uomo ferito e disturbato, la tentazione di usarne gli strumenti per il proprio egocentrismo non ha più limiti, ma diventa il fine della ricerca, la strumentalizzazione massima del proprio sapere.

Ecco cosa ci porta Almodovar in questo film noir come è stato detto, lui così rouge di passionalità ed intensità. Qui il clima è freddo come la pelle che abita il/la protagonista, ingabbiato nel maxischermo di una lussuosa dimora, controllato a vista dalla madre di questo dio /carnefice, abituata alla follia cui lei stessa ha dato vita.
Il film non affronta direttamente la follia di ciò che racconta, ma ne satura l’atmosfera, la porta fuori dai reparti che la ospitano, lontano dai camici bianchi che cercano di contenerla , per distribuirla nella vita, nelle feste , negli ospedali, nelle strade di un mondo irreparabilmente malato.

Lilia Di Rosa