Al Cinema


La donna che canta


di D. Villeneuve, Canada 2010 La donna che canta

Oltre ogni “ragionevole” ragione l’amore per un figlio che non si è potuto nutrire, come la natura materna esige, incendia l’anima e la consuma nell’ansia di ritrovarlo. Allo stesso modo il figlio prematuramente strappato al seno della madre, non riesce a sviluppare dentro di sé la capacità di una relazione con l’Altro matura e sana. Se poi questo avviene in un contesto dove il maschio incarna la legge della prevaricazione e del sopruso, mentre la femmina quella della portatrice di vergogna, non c’è rapporto possibile, né incontro, ma un’infinita spirale di violenza.

Denis Villeneuve mette in scena un doppio percorso tragico: una madre in cerca del figlio mai conosciuto e due gemelli figli della stessa, Jeanne e Simon, in cerca della verità della madre dopo la sua morte, secondo le precise disposizioni testamentarie da lei lasciate: unico modo per potere infine posare il proprio nome sulla lapide, alla luce del sole. Fino ad allora, il suo corpo nudo può solo riversare sulla terra, col capo in giù, voltando le spalle alla luce.

La ricerca si incrocia e si sovrappone, a tratti quasi si confonde nei paesaggi aridi della terra di origine della vicenda: un Libano sanguinario attraversato da lotte fratricide, dominato da leggi primitive e condizioni di arretratezza morale e culturale. Partita dal Canada dove vive, Jeanne torna nel paese di origine ripercorrendo le tappe della propria madre, immergendosi nella dimensione femminile della ostinazione, determinata ad andare fino in fondo pur nello smarrimento. Simon, chiuso nel proprio orgoglio maschile, si oppone con aggressività e arroganza, difendendosi così dal dolore dell’assenza e della perdita. Sarà la tenacia femminile della sorella a costringerlo ad intraprendere il viaggio di conoscenza della verità di sé e della propria madre: quella tenacia radicata nel ventre di ogni donna, dove il dolore non consente pause, né rimozioni, ma l’incessante desiderio di riappropriarsi della parte perduta di sé. E quand’anche questa sia delle più infime, l’essere donna riesce a comprenderne le ragioni, a tollerarne il peso, a sopportarne la crudeltà.

Un film cupo, intenso, che non lascia spazio a inganni. Fino alla fine.

Lilia Di Rosa