Al Cinema


Into the wild


di Sean Penn, USA, 2007

Recensione di Lilia Di Rosa

Quando le cose prendono il posto delle parole, e la quantità di ciò che si possiede sostituisce la loro qualità; quando la posizione da raggiungere si svuota del suo significato e di quanto possa essere inadeguato lo sforzo per arrivarci, accade che un impulso molto più violento voglia spingere lontano, in cerca di qualcosa di più vero, di più simile a ciò che si sente o si desidera: ancora più violento se coltivato nel segreto di una mente giovanile, che in modo estremo cerca di opporsi alle forme mistificatorie di una famiglia in crisi, incapace di nominare la realtà per quella che è, e che nel consumo trova la sterile scappatoia alla propria insoddisfazione e infelicità. Così accade che il protagonista di questa storia vera, una volta raggiunto ciò che i genitori desideravano da lui e per lui, parte finalmente in cerca di ciò che desidera per sè, bruciando soldi, documenti e altre inutilità quotidiane, spinto non solo e non tanto dal desiderio di avventura e libertà, quanto dall’amore per la verità.
Sean Penn delinea così il volto del nuovo Robinson, il sempre vivo mito della ricerca della libertà nella natura selvaggia e incontaminata. Ma qui, ciò che sta dietro, trapela con profondità più dalle pagine del suo diario che dalla grandiosità dei paesaggi, e se ne avverte il dolore dalla voce fuori campo della sorella: vittima anch’essa dello stesso disastro familiare, ma non altrettanto capace di una simile ribellione. Così, dal suo accorato racconto, dalla irreparabile perdita dell’unico con cui era possibile condividere la propria sofferenza, emerge l’incapacità genitoriale, la finzione implicita all’immagine del benessere, la disperazione di una consapevolezza che cresce troppo tardi con la definitiva rinunzia di quel potere che si supponeva potesse provvedere a tutto, dare tutto, controllare tutto.
E mentre le immagini ci portano nell’errare libero di questo giovane sorridente e felicemente solo tra le asperità e i flutti della natura estrema, in cerca di riparo dalle insidie del freddo e della ferocia delle belve, il pensiero si inoltra nei tormentosi flutti dei suoi ricordi, dove non c’è riparo alle mancanze e alla nostalgia, fino al rammarico di comprendere che la felicità è reale solo nella condivisione e che l’abbraccio sognato è possibile solo nell’atto di abbandonarlo per sempre.
Alex Supertramp non è l’ultimo eroe del rischio e dell’avventura, ma la testimonianza delle difficoltà relazionali nel mondo dominato dall’avere, dove l’Altro è sfuggito e cercato insieme, e che insieme al coraggio della sfida coniuga la coscienza della propria fragilità. Impossibile seguirlo in questo viaggio senza avvertirne l’eco in tutti noi.

Recensione di Giusi Polizzi

La Potenza delle immagini e il loro prorompente divenire e modificare, nello struggente capolavoro di Sean Penn. 150 minuti di pellicola capaci di attivare emozioni prima che il pensiero possa bloccare le sue ondate. Se l’immagine è il linguaggio precipuo dell’inconscio, “Into the Wild” diventa mezzo elettivo per esprimere il faticoso travaglio interiore di un ragazzo alla ricerca di se stesso e della verità. Quella verità negata dai falsi costumi sociali e familiari, quella verità conoscibile solo attraverso il percorso della solitudine. Solitudine che ancor prima di essere fatica diviene conoscenza di sé, dei propri limiti e della propria insperata – forse – saggezza. Su scenari meravigliosamente incantati di un’America selvaggia, il protagonista – interpretato da un eccellente Emile Hirsch – compie il viaggio verso l’Alaska attraverso la rivisitazione di tutta la sua vita, dall’infanzia all’età adulta, avvalendosi di una nuova identità e di un nuovo nome -estremamente singolare -che possa riscattarlo da passate impotenze. Viaggio simbolico che parte da problematiche psichiche per arrivare alla visione spirituale dell’essere, viaggio supportato da compagni fidati quali i classici di Tolstoj, London ecc. in cui il metafisico , lo spirituale ed il filosofico s’incontrano per permettere al protagonista di rintracciare il senso e il valore dell’esistenza nonché quello delle relazioni umane attraverso il “tuffo” nell’incontaminata natura. Percorso che lo porterà – eccedendo nella misurazione di sé – a comprendere che la felicità non è possibile senza la condivisione. L’estrema solitudine gli consente di guardare in faccia Dio e di comprendere al contempo l’importanza delle altre forme di vita che in silenzio ci circondano e che giorno per giorno ci donano possibilità di sopravvivenza. E ancora ,l’estrema solitudine gli permette di comprendere che possono esistere altre famiglie, altri padri, altre vie. Ma la drammaticità della storia – vera e tratta dal romanzo “Nelle terre estreme” di Jon Krakeuer – sta nell’errore di misurarsi sempre e comunque da soli, laddove l’onnipotenza cede ,infine, il passo all’estrema saturazione di sé. Film non solo da vedere ma soprattutto da sentire… gli occhi, il cuore, le viscere divengono un tutt’uno – com’è giusto che sia – dinanzi alla magnifica visione della perfezione di cui siamo parte… Le frasi in sovrimpressione, le splendide musiche, i pensieri narrati, i particolari fotogrammi, fanno di questo film un unico grande suono: quello dell’anima che chiede libertà e che nella libertà trova il suo compimento.