Al Cinema


Il Nastro Bianco


Il Nastro Bianco

di M. Haneke, Austria, Germania, Francia, 2009

Per 145 minuti questo capolavoro di immagini e contenuti attira lo spettatore nel grigiore di una piccola comunità del nord della Germania, senza possibilità di distoglierne l’attenzione, abitando lì, immersi nelle vicende che vi succedono.

Siamo intorno al 1913, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La voce narrante è quella del maestro di scuola, estraneo testimone di fatti poco chiari, almeno fin quando lo stesso non ne intuisce la verità.
L’austerità del luogo, la durezza della vita, il rigore dei costumi predicati dal pastore della comunità, padre di sei figli sui quali non risparmia punizioni, è minata fin dalle radici dalla potenza del male, dalla vendetta di chi subisce enormi limitazioni alla propria libertà, dal regime della colpa che non ammette perdono né indulgenze. Qui i bambini che vi nascono sono le vittime prime di chi li chiama al mondo senza troppo chiedersi se la vita è davvero un dono di Dio o il suo più crudele castigo.

Il regista torna alla società dei padri, delineando con precisione analitica il compito assunto dal Dio Padre del dovere imporre le regole e impartire i principi di una morale che non rispetta i desideri del corpo e le necessità delle pulsioni, perché nella sfera del corpo quel Dio ha posto i suoi intoccabili confini, la barriera che distingue l’uomo dalla bestia.
Di questa morale tutti sono vittime, tutti reciprocamente carnefici. Tutti colpevoli di non potere o di non sapere andare oltre i limiti che quella legge ha imposto, pur essendone irrimediabilmente attratti. Se questo è il mondo che si vive, la verità che si cela nella sua ombra è “indicibile”, pena la totale distruzione dei fondamenti sui quali poggia.

Quale sarà dunque l’ultimo sermone che il pastore rivolgerà ai suoi agnelli sacrificali, dopo che il velo della vergogna si è alzato sui suoi figli? Quale verità andrà ad essere denunciata da una delle più miserevoli vittime del proprio destino? Nel film sono ancora una volta le donne e i bambini gli unici capaci di rischiare per uscire fuori dal giogo che li incastra. E nel più piccolo dei bambini, nel più sfortunato tra essi, sembra raccogliersi la consapevolezza dell’orrore di una vita che non si può vivere.

Con uno zoom silenzioso, il regista ci fa allontanare dal villaggio dove ci ha condotto, ci porta fuori dalle tenebre che ci hanno avvolto, lasciandoci in profondità le domande che ha posto senza darvi risposta.

Lilia Di Rosa