Al Cinema


Il treno per Darijeeling


di Wes Anderson, USA, 2007

Il viaggio come metafora della vita e come mezzo di evoluzione personale non è certo nuova, tanto meno se collegato all’India, meta sacra di ogni percorso spirituale e di ritrovamento del sé perduto.
Malgrado l’uso frequente di tale archetipo, il viaggio esistenziale dei tre fratelli proposto in questo film dal regista Wes Anderson nel coloratissimo treno delle compagnie indiane è quanto mai distante da ogni possibile banalità, sia per l’uso psicologicamente appropriato dei simboli utilizzati, sia per l’originalità delle immagini e dell’impianto narrativo su cui poggia.
A partire da un prologo, solo apparentemente non necessario, il cui ricordo rimane ad accompagnare nel viaggio uno dei protagonisti ma anche ogni spettatore che di quella scena parigina elegante e raffinata prende nota, comincia un vivacissimo percorso di conoscenza dei propri conflitti e delle proprie nevrosi.
Preso sempre in corsa anche per l’eccesso di bagagli, i tre fratelli protagonisti, ognuno attraversati per proprio conto dalle difficoltà della vita, si riuniscono in un elegante scompartimento per ritrovare insieme le loro origini, il senso e il valore dell’eredità paterna, la effettiva validità della propria reciproca relazione.
Il viaggio ripropone grottescamente tutte le vicissitudini di speranze e attaccamenti, contrasti e gelosie, nell’illusione di recuperare l’unità perduta con la figura materna, splendida interprete della capacità di individuarsi contro ogni altrui aspettativa. Nel magnifico tempio dove si è ritirata, i tre si ritrovano inaspettatamente a contatto con la necessità di crescere, di staccarsi dalla protettività materna, dalle illusioni del passato e di assumersi la responsabilità di sé stessi.
Così infine, tra perdite e delusioni, ferite e cadute di denti, calzari diversi ai piedi forse per sentire meglio le ambiguità del cammino, riusciranno ancora a prendere il treno della loro vita svincolandosi dal peso del passato e con la consapevolezza di essere quel che si è, come quel treno che pur con i binari segnati qualche volta si perde.

Segnalato da Lilia Di Rosa