Al Cinema


Il solista


di Joe Wright, GB, USA, Francia, 2009

Lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicamente rappresentato come la perla che nasce dalla malattia della conchiglia. Come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così di fronte alla forza vitale dell’opera non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita
(Karl Jaspers, 1922)

Los Angeles ai nostri giorni. Regno dell’incontrastato benessere se non attraverso i quartieri-ghetto degradati, ove è possibile rintracciare ciò che ai margini l’uomo tiene, per paura della contaminazione. E quale forma più acuta ed incontrollabile di contaminazione esiste se non la malattia mentale? Eppure, seguendo la citazione di Jaspers, la bellezza e l’eleganza del genio creativo nascono sempre da una dissonanza, quella stessa che ci fa paura e che teniamo fortemente a bada nelle buie rientranze della vita.

Ma il buio, è sempre richiamato dalla luce: ed è ciò che accade al giornalista Steve Lopez (Robert Downey) nel faticoso passaggio che la discesa agli inferi richiede. Un matrimonio in crisi, una caduta dalla bici (metafora dell’inevitabile discesa), il rifiuto da parte del figlio, un incontro casuale o forse sarebbe meglio dire causale. Le infinite sacre spire degli eventi lo portano dinanzi la statua di Beethoven ove un suonatore di un vecchio violino emana musica di ottima fattura.
L’incontro con un essere “speciale” di nome Nathaniel Ayers (Jomie Foxx), determina in Steve una incontrollata voglia di fare, rimettere a posto i pezzi, ri-normalizzare la vita dell’altro e forse attraverso questa, la sua.
La grande amicizia tra i due percorre a ritroso la vita del mancato musicista, il momento della comparsa della malattia, le incapacità e grandi sofferenze e il mondo fuori, che attraverso i deliri paranoidei, gli appare estremamente minaccioso.

Ma cosa spinge Steve a decidere caparbiamente di curare e forse guarire l’altro dedicandogli buona parte della sua vita? Forse il riscatto di sé, la voglia di cambiare un pezzo dell’infinito mondo quale può essere una megalopoli come Los Angeles o qualcosa che sfugge ad ogni razionalizzante senso e che chiamiamo amore per l’altro? O meglio: di quanta follia abbiamo bisogno per salvare la anime ritenute a torto sane?

La vera storia, regalataci – sotto forma d’immagini – da Wright, spinge alla più importante delle riflessioni. Quanta e quale possibilità c’è di guarire l’altro? Ma soprattutto, dinanzi a malattie psichiatriche d’indubbia difficoltà e forse eticamente intoccabili, cosa significa prendersi cura dell’altro? Il famelico furor curandi a fin di bene, affinché il daimon – creativo in questo caso – si realizzi, non tiene conto né del proprio bisogno di gratificazione, né della proiezione del dover se stessi riconnettere a parti non ben elaborate. La stranezza delle amicizie o degli amori impossibili, trova la sua composizione e realizzazione solo nell’accettazione del non senso, talvolta necessario, alla massima apertura verso l’altro e le sue impossibilità.
L’aiuto, se non richiesto ma soprattutto non voluto, diviene violenza verso quella vocazione interiore che del caos abbisogna. Ed è proprio il caos dell’altro che, spesso, spinge alla salvezza di sé, quando non rimane che il donare a piene mani ciò che solo l’altro può accogliere e che ci arricchisce nel riconoscimento del limite che del sacro è sempre espressione.

Giusi Polizzi