Al Cinema


Il riccio


di Mona Achache, Francia-Italia, 2009 Il riccio

Essendo assolutamente convinta dell’autonomia di ogni opera d’arte, anche quando la stessa si ispira ad altre fonti, talvolta pure in forma considerata dissacratoria – basti pensare alla Gioconda di Marcel Duchamp – leggo il film ispirato dal libro L’eleganza del riccio come opera in sé, svincolandomi da quella sterile diatriba ogni volta suscitata da casi analoghi: vale più il libro o il film.
Peraltro non avendo letto il bestseller di Muriel Barbery, ma essendo ora spinta a farlo, credo di poter cogliere con sguardo lucido e non condizionato la raffinatezza dell’opera dell’esordiente Mona Achache che, attraverso l’occhio di una cinepresa in mano ad una ragazzina, si interroga sull’essenza della vita e dei suoi dilemmi all’interno di un elegante palazzo parigino.

Certamente dietro ad essa si cela la stessa giovane regista che dell’opera letteraria ne filma l’Anima, ne distilla il senso profondo, riscrivendola e sintetizzandola in immagini, come fa Paloma con i suoi enigmatici disegni in bianco e nero, veri ideogrammi giapponesi, nel suo diario verso la morte.

Nella ricca famiglia dove nasce, l’angoscia di morte è tenuta a bada da overdose di tranquillanti e di pregiati consumi, che molto somiglia alla vita di un pesce dentro una boccia, esistenza dalla quale la giovane intende sfuggire con determinazione proprio con la morte, stabilendone il giorno nella data del suo tredicesimo compleanno.

Se la vita è solo quella finzione ossessiva che vede intorno a sé, la giovane protagonista intende rinunciarvi, non senza averla prima attentamente osservata e filmata. Ma, come spesso accade, qualcosa di imprevedibile interrompe la linearità delle decisioni umane e l’incontro con Monsieur Ozu, un composto signore giapponese, vedovo colto e raffinato, darà modo a questa acuta ragazzina di penetrare in un altro mondo, nel segreto di una vita apparentemente banale e insignificante come quella della portiera del palazzo, ma viceversa ricca di sensibilità e di profondità che a sua volta lo aveva affascinato.

Dall’ incontro tra questi mondi così diversi per età e cultura, ma affini nella profondità dei sentimenti e nel rifiuto della vacuità, ognuno troverà quel che non credeva di cercare. Se il raffinato signore giapponese restituisce alla solitaria Renèe la sua femminilità e la sua voglia di amare, Renèe restituisce a Paloma la voglia di vivere.
L’imprevista conclusione rimette in gioco l’evidente impossibilità di essere gli unici protagonisti della nostra vita e la certezza che, in definitiva, è con il Caso l’incontro più decisivo.

Lilia Di Rosa