Al Cinema


Il papà di Giovanna


di Pupi Avati, Italia, 2008

42° film per i 70 anni di Pupi Avati, “Il papà di Giovanna” è un dramma familiare negli anni dell’Italia fascista ma assolutamente attuale per i temi psicologici che affronta. Un bravissimo Silvio Orlando nel ruolo di professore d’arte, dedica tutta la sua vita alla figlia affetta da grave disagio psichico cercando di porre rimedio alla solitudine sentimentale di questa. In realtà questo piccolo espediente porterà alla tragedia che non solo sconvolgerà la vita di tutta la famiglia ma porterà in luce anche la sofferenza che dietro l’apparenza di una normale famiglia borghese si cela. Con grande maestria, vengono affrontati i temi del disamore e del tradimento, il rifiuto della figlia da parte di una madre dedita esclusivamente a se stessa e alla ricerca di un amore e di un benessere economico che non ha mai potuto esperire, rifiuto che porterà Giovanna a vivere la sua adolescenza in un continuo stato di competizione con il femminile – senza tuttavia riuscire nei suoi intenti – alla ricerca disperata di amore. Una madre totalmente assente e rifiutante che cede il suo ruolo al marito facendo divenire la coppia padre-figlia il perno centrale della famiglia. Anche nella tragedia. Sullo sfondo, un’Italia a cavallo della seconda guerra mondiale, tra bombe e manicomi, tra perdite di lavoro e di vite, nel tentativo di recuperare gli affetti e i sentimenti più cari. “I genitori che si vogliono bene fanno i figli belli” dirà Giovanna dalle sbarre del suo internato, stringendo tra le mani i guanti della madre – unico feticcio concessole – lasciando intendere verità profonde… coloro che non si amano generano figli brutti, laddove il brutto è prima di tutto una categoria dell’anima. Il brutto che genera sofferenza, dolore, follia. Splendida rappresentazione del dolore umano, di amori rincorsi e mai soddisfatti, ricerca profonda delle radici del disagio psichico e della solitudine in cui essa sprofonda. Ma soprattutto, pellicola delicatissima e commovente, su quei profondi valori, che solo in condizioni di disagio socio-economico, è possibile – forse – recuperare. Film – monito, che pur partendo dalla rappresentazione dell’infanzia del regista e in cui egli stesso riconosce il padre come suo alter-ego , mostra il pericolo non solo dello sfacelo sociale ma anche della mancata realizzazione di sé.
Un film che non dà tregua fino alla fine, asciutto, rigoroso, essenziale.

Segnalato da Giusi Polizzi