Una finestra sul mondo


Il Mito di Apollo e Dafne:una visione archetipica dell’anoressia.


Cosa sia l’anoressia, chiunque si interessi di psicologia o di fenomeni sociologici o di banale cronaca oggi sa di cosa sto parlando.
Da venti anni a questa parte è stato un crescendo di interesse verso una patologia psicosomatica grave che è diventata sempre più un problema sociale, per molte adolescenti tra l’altro sempre più giovani e per le loro famiglie che le reggono.
In questo articolo non parlerò dell’eziopatologia psichiatrica, del decorso e delle implicazioni sociali né dei costi per la Sanità; c’è chi se ne è già occupato; qui mi piace rendere al demone archetipico il disagio attuale.
Mi aiuta in questo la mitologia greca con il racconto di Dafne e Apollo, che succintamente qui riporto di seguito traendolo da un vecchio libro di Eugenio Treves intitolato “Dei ed eroi”.
“…Errava un giorno lungo le rive del fiume, quando, tra sole e ombra, scorse una bionda e bella giovinetta. Era Dafne la figlia di Peneo, divinità fluviale del luogo. La vide Apollo e si accese d’amore per lei e fece per avvicinarla. Ma Dafne era timida e ritrosa, e fuggì via. …Una paura folle la incalzava….Il Dio accelerava la corsa; le era ormai vicino,sempre più vicino, stava per raggiungerla; e a lei la lena mancava e la paura cresceva.
-Terra madre, aiutami! – implorò.
Ed ecco sentì che la terra la tratteneva nell’impeto, la radicava a sé, l’avvolgeva tutta di una carezza materna. Il ritmo affannoso del cuore si placava lento, lungo. Il sangue ardente per la corsa, diveniva fluido e fresco.
-Dafne!
Con un ultimo slancio, con un grido di vittoria, il Dio le fu accanto e tese le braccia e le mani;e le mani divine urtarono a una scabra corteccia di albero. Dafne in sé stessa rideva sicura: una dura scorza ormai l’inguainava; le sue braccia levate e le sue mani aperte nell’ultima invocazione di aiuto e le sue chiome agitate nella corsa erano fatte rami e ramicelli e si infogliavano di verdi foglie lucenti. Un alloro!
Apollo guardava smarrito, deluso, triste. Con un sospiro staccò una fronda dall’albero e se ne cinse le tempie.
E la risata di Dafne, che or ora scoteva le fronde in un lieto sfrascare, non fu più che un soave mormorio di foglie nel sospiro del vento.”

Questo è il racconto.
Le assonanze con il disagio dell’anoressica, di colei che assoggetta i desideri carnali per seguire una via più soave e a suo modo più elevata sono palesi. Non voglio qui introdurre un nuovo complesso su cui discettare, mi servo però della parabola mitica per tentare una lettura “personizzante” servendomi di una delle figure che l’anima patologizzante usa per esprimere se stessa.
La personizzazione prende in considerazione le immagini che si associano all’esperienza, facendone una lettura che implica l’inclusione del sentimento dell’amore e del cuore.
Hillman, propone una lettura originale dei processi psichici poiché li lega in maniera dinamica e reciproca con le immagini primordiali che accompagnano ogni esperienza di vita.
Lui usa “l’immagine del cuor” (Revisione della Psicologia, 1975, pag. 50), per fare una lettura psichica delle immagini avvalendosi dell’ausilio di immagini mitiche, archetipiche, che accendono la fantasia e guidano il gesto.
“Le componenti di qualsiasi malattia – l’organo o il sistema colpito, l’agente causale, lo stile del processo morboso – hanno tutte dei loro significati nel linguaggio della fantasia di patologizzazione, oltre che in quello dei fatti patologici… sono focalizzazioni della fantasia, oltre che focolai di malattia” (Ibidem, pag. 151).
Ma cosa è la patologizzazione? La capacità autonoma della psiche, secondo Hillmann di creare pathoi logoi: ergo percorsi legati all’attività di dare voce ai discorsi dell’anima.
Laddove il rapporto con le immagini del cuore viene sottoposto a giudizio e confronto con quella che si sente essere la personalità dell’individuo, laddove alcune immagini vengono considerate come scisse, e malate, e vengono così isolate o considerate estranee, lì, attua un processo di esclusione del pensiero del cuore immaginale ed archetipico. L’io forte e giudicante ci fa considerare alcune manifestazioni immaginali come fonte e origine di malattia (le personificazioni).
“I fenomeni di dissociazione-distacco, scissione, personificazione, moltiplicazione, ambivalenza, sembreranno sempre una malattia dell’io, così come esso è venuto definendosi. Ma se prendiamo il contesto del campo psichico nella sua totalità, questi fenomeni di frammentazione possono essere intesi come rivendicazione dell’individualità delle parti contro l’autorità centrale.” (Ibidem, pag. 67).
Nella tradizione della cura psichica, sono ormai assodati alcuni stili di definizione della psiche che rimandano ad un Io centrale capace di controllare le varie parti.
Si visualizza una specie di centralina che controlla e verifica l’integrità del sistema.
Tutto ciò che è giudicato discrepante è disfunzionale, crea un danno e va eliminato.
Quindi anche le immagini mentali, i ricordi, gli atti impulsivi, apparentemente incongrui al nostro stile di pensiero attuale, vengono giudicati, da noi stessi per primi, come qualcosa di estraneo a noi stessi, sono fonte di preoccupazione divengono la nostra malattia da combattere, il nemico da eliminare.
L’immagine più rassicurante di un Io armonico con tutte le sue varie componenti sviluppate a livelli poco discrepanti l’uno dall’altro, lo “stare bene con se stessi”, sono concetti che ogni psicoterapeuta si sente “confessare” abbastanza di frequente.
Il mito dell’Io eroico, che ordina e sottomette a favore del proprio benessere, impera e dispera.
È una visione rassicurante questa, che da un secolo ormai viene declinata in vari modi, ma che purtroppo crea non pochi problemi pratici in psicoterapia e nella vita delle persone.
Che cosa me ne faccio infatti del “piccolo popolo” che mi porto appresso ogni giorno, e che disturba con insolenza la mia vita? Chi mi dice che quelle voci interne che rendono le mie decisioni sofferte, in fondo, non portino anch’esse verità se non altro da tollerare?Per la psicologia archetipica, che si dichiara politeista, la coscienza invece può avere vari centri di comando senza per questo venire sminuita di potenza.
Anzi la potenza sta nella capacità della psiche di riuscire a far dialogare le parti lungo un continuum policentrico e politeista.
Perché politeista?

Perché l’immagine del politeismo con i suoi tanti dei, dà una ricchezza interpretativa dei processi psichici, che può equilibrare la visione monoteista (un dio , un io, una personalità forte) dominatrice.
“La personizzazione ci aiuta a situare le esperienze soggettive là fuori; …La molteplicità ci permette di raggiungere una maggiore differenziazione interiore e di acquistare così la consapevolezza della pluralità delle nostre parti. E quand’anche l’obiettivo da conseguire fosse l’unità della personalità, sappiamo dagli antichi psicologi alchemici che soltanto ciò che è separato può essere unito. Prima avviene la separazione che è un modo di guadagnare distanza.” (Ibidem, pag. 76).
La distanza permette un gioco delle parti, e libera la psiche dal giogo monolitico.
Anche nel disagio quindi dell’anoressia, l’immagine di Dafne che fugge serve da spunto per parlare di un possibile meccanismo che mette in gioco le parti Apollo, la fuga, il panico, la Madre Terra e la dimensione vegetativa vista come soluzione.

Nel mondo delle immagini delle anoressiche è ricorrente il richiamo onnipotente ad una condizione di dissolvimento dei bisogni carnali, a favore di una esaltazione del potere della mente che può controllare ogni esigenza appetitiva, sostituendola con immagini di forza e purezza priva di compromessi.
Attraverso questa prospettiva deformata e tormentata dell’esperienza si compie lo stare nel mondo.
“La patologizzazione, una volta scopertane la necessità psicologica, non sarebbe più giusta o sbagliata, ma solo necessaria, legata a intenzioni che finora abbiamo percepito erroneamente e a valori che devono di necessità presentarsi in forma distorta” (Ibidem, pag. 115).
Clinicamente le giovani che si trovano a vivere l’esperienza dell’anoressia a mio avviso operano uno spostamento dello libido verso se stesse attuando un massiccio investimento libidico sul proprio corpo per viam negationis.

Cosa determina la viam negationis?
“Ancora una volta le ferite dell’infanzia non tanto come il risultato dei traumi nutritivi e sessuali quanto come ferite dell’amore.
Sentiamo le ferite come abbandono: la propria persona più intima (anima) orbata dell’amore, essere abbandonati alla stretta del desiderio, il proprio serbatoio traboccante di amore non cercato, privo di destinatari adeguati o consentiti. Le ferite dell’amore impediscono lo sviluppo della psiche perché la naturale debolezza e la semplicità del suo stato giovanile si trasformano in un protettivo infantilismo (fissazione?).
Queste ferite possono essere redente attraverso la qualità fanciullesca dell’amare”. (Il mito dell’analisi, pag. 74)
“Come prendersi cura dell’infantilità della psiche (quella naturale resistenza all’autoriflessione)”?
Secondo Hillman non necessariamente spingendolo a “crescere” con atteggiamenti parentali tipici” (Ibidem), ma seguendo una via parallela alla crescita data dall’influenzamento reciproco tra eros e psiche, che stimolandosi a vicenda riescono a guarire le ferite psicologiche ed erotiche della persona.
Amore, essendo una funzione intermedia tra umano e divino, una metaxy, non ha una particolare coloritura psicologica come gli altri dei, presiede gli accadimenti psicologici, senza mai aderirvi completamente.
Amore, non è sessuale in senso lato, sono altri gli dei che presiedono a questa funzione, ma sicuramente è la connessione tra l’umano caduco, e il divino eterno.
Quando ad Eros non si riconosce la sua natura di mediatore, finalizzandolo verso una funzione precisa, allora può accadere che amare il mondo significhi escludere le sue ambivalenze (daimones).
La perdita di Metaxi, può dare adito a timori, che possono a loro volta creare fobie, che lungi dall’essere considerate solo una aberrazione psichica, una malattia, possono invece rendere l’anima consapevole delle proprie intenzioni,”che in tal modo immette distanza nel tempo e nello spazio ed espande il regno della realtà psichica, osservando, ad esempio, le proprie fantasie erotiche, le proprie sensazioni corporee, i propri stati d’animo, le proprie fughe.

Contenendo questa accresciuta tensione, la psiche può trasformare l’eros e insegnargli a distinguere le mete della sua pulsione… Trovando la strada nel rapporto esteriore o nell’incertezza interiore. La paura, come l’inibizione del demoniaco da parte del daimon, è l’inizio della psicologia. Anche il rifiuto, l’impotenza, la frigidità possono essere espressioni dell’eros” (Ibidem, pag. 92) espressioni del daimon e dei suoi divieti.
Le persone che vivono in anorexia, prive di appetito, hanno paura del loro desiderio, del desiderio dell’altro e di desiderare, temono il contraccambio dell’amore, Antheros.

Il diniego del bisogno di coinvolgimento, l’imbarazzo di dover ammettere di essere coinvolte le porta a prosciugare tutte le riserve a disposizione, inaridendo gli istinti di sopravvivenza a favore di una intellettualizzazione onnipotente.
La letteratura della clinica psicopatologica, negli anni ci ha fornito varie prospettive eziologiche e varie forme di cura che si sono rivelate feconde nell’approccio a questo malessere. Le famiglie si sono fatte carico di queste figlie mettendo in discussione in modo proficuo i modelli esistenziali e costitutivi dei rapporti interpersonali, spesso con grande giovamento per i membri costituenti la famiglia stessa.
Sarebbe interessante qui, portando allo stremo il discorso archetipico che ci guida, ascoltare le fantasie archetipiche che sottendono il cambiamento di atteggiamento relazionale delle persone coinvolte nella guarigione e “il mito” dello stile di vita foriero di cambiamento.
Ma ci siamo domandati che cosa, di questa patologia, si cura con la psicoterapia?
Se assumiamo come fondamentale la paura di Anteros delle persone affette da anoressia, la presa in carico del terapeuta, le prescrizioni, non fanno che codificare un comportamento vissuto come pericoloso perché spontaneo, con lo stesso comportamento, depotenziato della carica panica perché prevedibile e circostanziato.

L’“antro” psicoterapeutico contenendo la tensione, insegna a psiche come distinguere le mete dalle intemperanze di eros, “dipanando il filo del labirinto per trovare la strada nel rapporto esteriore o nell’incertezza interiore” (Ibidem, pag. 92)
“La psiche unita alla riflessione è una unione di identici senza la tensione degli opposti;…una unione di identici riunisce due realtà che non avrebbero dovuto essere divise. Salda e guarisce” (Ibidem, pag. 96).
Perché l’anoressia è un problema squisitamente al femminile?

Qui faccio ricorso alla elementare genesi psicoaffettiva dell’essere femminile.
Le donne nascono psicologicamente con uno spiccatissimo senso dell’altro, fin da piccolissime (secondo anno di vita), ci sorprendono, (e chi si occupa della loro educazione, lo sa) per la carica seduttiva che sprigionano.
La piccola femmina umana fin da quando comincia a percepirsi come individuo, è prosopoica (dal greco prosopos – che mi sta di faccia-davanti), pone massima cura alla relazione e alla seduzione (se-ducere) dell’altro.
Accade di sorprenderci a ricordare piccole donne “in erba” di infantile memoria e di addolorarci nel rivederle grandi ma prive della ingenua freschezza e spontaneità di un tempo.
Il pathos agisce continuamente sull’immaginario personale, e rapportandosi con il pensiero del cuore, può portarlo a sentirsi in qualche modo tradito. Può capitare così che per poter rientrare nell’anima del mondo, esso si senta costretto a patologizzare disturbando l’equilibrio iniziale perso, ma facendo parlare così l’anima.
“Il dio che porta la pazzia può anche liberarci da essa” (Saggio su Pan, pag. 127).
L’immagine archetipica che presiede l’esperienza psicologica, ci porge quindi informazioni essenziali per la comprensione del malessere (o del benessere), e quindi ci aiuta a decifrarne le implicazioni esistenziali e la cura di cui si ha bisogno.

Apollo è una rappresentazione della conoscenza di se che la ninfa Dafne rifiuta, per paura? per superbia?…
“ la fuga, psicologicamente, diviene riflessione (reflexio), il ripiegarsi all’indietro e via dallo stimolo, per riceverlo indirettamente attraverso la luce della mente.” (Saggio su Pan, pag. 114).

Per Jung, la reflexio “è un volgersi verso l’interno, con il risultato che, invece di un’azione istintiva, si hanno una successione di contenuti o stati derivati “, (Jung, vol.VII, parr. 241-43) che portano un processo naturale a trasformarsi in contenuto cosciente, facendolo diventare esperienza.
“L’orrore mette in guardia. Tenta di mantenere intatta una struttura di coscienza. La coscienza riflessiva corre il pericolo di essere sopraffatta e violata da quello stesso mondo fisico che essa riflette. La coscienza riflessiva si ritira” (Saggio su Pan, pag. 99).
Il Dio Apollo porta con sé e due famosi precetti: “Conosci te stesso” e “Niente in eccesso” (Bolen, J., Gli dei dentro l’uomo, pag. 138).
Apollo è la personificazione di un atteggiamento maschile che osserva e agisce a distanza. (Ibidem, pag. 137).
“Come archetipo, egli impersona l’aspetto del carattere che vuole definizioni chiare, è portato a rendersi padrone del proprio mestiere, apprezza l’ordine e l’armonia, e preferisce mantenere una visione superficiale anziché approfondire ciò che sta sotto le apparenze. (Ibidem, pag. 142).
“L’archetipo Apollo favorisce il pensiero rispetto al sentimento, la distanza rispetto all’intimità, la valutazione obiettiva rispetto all’intuizione soggettiva.” (Ibidem).
Le aspettative di riuscita personali di una ragazza anoressica, in genere sono molto elevate.
Di sé raccontano la storia di un senso di responsabilizzazione elevato e precoce.
Di un carico di aspettative oneroso e pressante, di compiacimento e di paura di non essere all’altezza.

Dalla pre-adolescenza, le richieste familiari e sociali fatte a queste ragazze sono impostate sulla competizione e il raffronto. Le storie che si ascoltano riguardano un costante impegno nel dare sempre il meglio di se. La sensazione, spesso infondata, di non essere all’altezza delle aspettative, le porta a doversi sentire sempre sottoposte a confronto.
Non si sono mai sentite libere, da bambine, di essere infantili, e diventate adolescenti, l’aumento del carico sociale, l’importanza dell’aspetto estetico che è determinante nei rapporti interpersonali e nella stima di sé, possono dare adito a una messa in crisi dei valori nella quale sono cresciute. Un evento banale per gli altri, l’inizio di una dieta, un amore difficile, un voto scolastico deludente ecc. diventa evento foriero di destabilizzazione.
Se l’incontro con la funzione sociale apollinea (e la nostra società lo testimonia, se non altro nelle apparenze e nelle intenzioni) acquista i caratteri di uno scontro, può accadere che il “conosci te stesso” e il “rispetto del limite” le faccia improvvisamente sentire come mancanti di qualcosa.

La Ninfa cristallina che credevano di incarnare si personifica in una immagine priva di distanza, che non permette pensieri ed immagini dirimenti.
Le ninfe, vivono in maniera inconsapevole i doni di cui sono portatrici.
Calasso, (R. Calasso, La follia che viene dalle ninfe, pag. 14) ci ricorda che a loro appartiene “un sapere liquido, fluido” al quale il dio Apollo vorrebbe imporre un metro, ad esse non gradito. Le Ninfe sono affini allo scorrere dell’acqua di fonte… e l’acqua di fonte non è mai la stessa. Sono mutabili e immutevoli, il loro sapere è di tipo oracolare, intuitivo.

Jung direbbe che seguono le loro sensazioni, seducono senza sapere il potere del gesto che compiono. Sono inconsapevolmente primigenie.
L’incontro con l’archetipo apollineo, le fa fuggire spaventate.
Apollo è armonia, bellezza e conoscenza. È fredda passionalità. È sapienza del pensiero, macchinosità e vendicatività.

Questi attributi di potenza risultano orrendi alla Ninfa, che gode invece dei suoi tesori apprezzando la natura intriseca dei doni che la Natura le ha dato, senza soppesarne il valore.
La vergine passionalità, ingenua (perché non ancora nata), mal sopporta le richieste insistenti, dell’artificio estetico. E fugge.
Dafne sentendosi braccata è costretta a chiedere alla madre Terra, protezione. Le sue passioni rimarranno intatte solo se non si scontreranno con il principio ordinatore estetizzante.
La dura scorza la illuderà di poter mantenere un confine forte tra le sue incomunicabili passioni e l’arte della comunicazione. Un ritorno alle radici, la illuderà di poter trovare nutrimento prestando fede alla forza naturale ma indifferenziata della Madre.
La passionalità primigenia di Dafne si scontra con la freddezza apollinea.

A Delfi, nel tempio dedicato al dio Apollo nel santuario interno c’erano scritti anche questi precetti:
Piega lo spirito.
Rispetta il limite.
Detesta l’arroganza (Hybris).
Tieni un linguaggio riverente.
Temi l’autorità.
Inchinati davanti al divino.
La gloria sta nella forza.
Tieni le donne sottomesse.
(tratto da: Gli dei dentro l’uomo, pag. 141 J. Bolen Astrolabio1994)

Credo che i rimandi al pensiero onnipotente dell’anoressia siano veramente tanti.

Nella fase florida, raramente si trovano donne che riconoscano la necessità apollinea di venire a patti con la dilatazione dell’Io che le caratterizza.

Quando però il senso della cura e la presa in carico si fa strada dentro di loro allora queste stesse ragazze con anoressia accettano docilmente di essere nutrite per via parenterale, quasi come se fossero irrigate, si nutrono con circospezione, e non chiedono mai di essere soddisfatte nella loro fame.
Nella cura, l’apollineo “colui che ha ferito guarirà” (Calasso, ibidem, pag. 37) viene accettato, e mitigando la possessione numinosa primigenia, le porta a patteggiare con taluni aspetti coscienti tesi verso la certezza di un limite da rispettare.
Le ragazze anoressiche senza chiedere, ci costringono a prenderci cura del loro nutrimento, poiché come piante in vaso non hanno la capacità di procacciarsi il nutrimento.
Esprimono distanza e dipendenza allo stesso tempo, freddezza e tenerezza, rabbia e compassione.

Per concludere, alla fine di questo tortuoso sentiero dell’individuazione, sorge spontanea la domanda: ma cosa che cosa è verità? D’impeto viene da rispondere, l’Inconoscibile che si esprime attraverso le opere. Alla fine ognuno ha la sua; dipende dal punto di vista…
Varietas delectat (Cicerone).

Bibliografia

Bolen J. Gli Dei dentro l’uomo, Astrolabio, 1994.
Calasso R.,La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi, 2005.
Del Corno D.,”Dive di pace, amore e fantasia”,su: “Cultura” de “Il Sole 24 ore” del 19/02/06.
Hillman J.:
Revisione della Psicologia, Adelphi, 1983.
Il Mito Dell’analisi, Adelphi, 1978.
Saggio su Pan, Adelphi, 1989.
Jung C., Opere, vol. VII, Boringhieri.
Neumann E.:
Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, 1978.
La Grande Madre, Astrolabio, 1981.
La psicologia del femminile, Astrolabio, 1975.
Treves E., Dei ed eroi, Principato ed.

di Antonella Russo, pubblicato su Babele, n° 33, maggio-agosto 2006