Al Cinema


Il mio migliore amico


di Patrice Leconte, 2006

Si sa che avere degli amici è importante. “Chi ha un amico ha un tesoro”. Essere amico di… può essere un punto d’onore. Ho per amico… ci fa sentire importanti.
Ma anche recitare “molti nemici molto onore”. “Non credo più nell’amicizia”. Il mio amico mi ha tradito. “Ti ho tradito, amico”. Tutto ci parla della grande assente in questo delizioso film di Leconte dove l’amicizia viene cercata, senza successo, come se fosse possibile trovarla con un atto di volontà.
In effetti il regista parte da un dato banalmente quotidiano, per farci riflettere senza magniloquenza sul senso dell’essere amici.
Così ancora una volta, ciò che ci sorprende è la constatazione che per l’amicizia, così come per l’amore, la passione , l’odio, l’accidia, la golosità, ciò che li rende presenti a noi stessi non è un atto di volizione, ma un moto inconscio dell’anima che cattura, facendoti elevare nell’Empireo o precipitandoti nell’Ade.
Il senso dell’amicizia è epico, non può essere comandato, si sperimenta dentro di sé, come un impulso ad agire, a rendersi utile al momento, salvo poi riflettere sulle ragioni e potersi rispondere, candidamente, l’ho fatto per amicizia.
Il mercante d’arte, protagonista del film, è abituato a contrattare su tutto. Mercanteggia ogni giorno con gli altri scambiando i tornaconti per gesti di amicizia.
Il film inizia con un funerale scarno di partecipanti, al quale il mercante partecipa, solo per pura convenienza commerciale.
Ma è la celebrazione disadorna e solitaria della morte di quell’uomo, che inconsciamente agisce nell’animo del mercante, che d’impulso, ad un’asta, compra un vaso che celebra un’amicizia epica quella di Achille e Patroclo.
Cede all’impulso, e non se lo spiega.
Il vaso–lacrimatoio, con quello che rappresenta, è l’occasione che l’anima clorata aspettava per potersi rianimare.

Segnalato da Antonella Russo