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Il libro: Sadomasochismo


di
Estela V. Welldon

CSE, Torino, 2006
pp.74, € 8,50

Recensione di Giusi Polizzi

Per riflettere “sull’oltre”…

“Come deve interpretarsi il
sadomasochismo? Come
una perversione o come
la profonda espressione di
un desiderio di autocreazione?”

C. Strenger

La creazione di sé attraverso la dinamica del controllo, risulta essere il tema portante di questo testo, secondo della collana “Le parole della Psicoanalisi”. L’autrice , in questo volume dalle piccole dimensioni, ma denso di ampie vedute circa il tema trattato, delinea il sadomasochismo partendo dalle attuali descrizioni nosografiche e patognomiche del DSM IV per giungere ad un interrogativo fondamentale per la pratica analitica: come può il terapeuta intervenire rispetto alle richieste d’aiuto da parte dei soggetti affetti da tale disagio psichico “ senza venire scossi dall’intenso dolore causato dal fatto di non riuscire a capirli completamente?” (Welldon 2006)
Occorre anzitutto sottolineare che le richieste di terapia, in quest’ambito, sono esigue a causa di una forte meccanismo di negazione rispetto al problema in quanto tale. Viene ,infatti, sottolineato dai soggetti, il piacere con cui protraggono le pratiche sado-maso ed il relativo consenso da parte del compagno/i con i quali si attuano. Da un punto di vista psicoanalitico ciò che si nega è il ripetersi del trauma originario infantile che ha indotto successivamente all’utilizzo di tale pratica. Viene altresì negata la dinamica del potere sull’altro, non solo da parte del sadico, ma anche e soprattutto da parte del masochista consenziente. Reik (1957) afferma: “Il masochista è un rivoluzionario dell’arrendevolezza: sotto la parvenza di agnello nasconde un lupo. La sua acquiescenza ha una natura ribelle e la sottomissione che esibisce è in realtà un modo di opporsi. Dietro la morbidezza c’è del duro, dietro l’ossequiosità si cela la ribellione”. Laddove, dunque, il sadico è un istruttore, il masochista è un educatore…
Attraverso la negazione del problema, il sadomasochista manifesta uno “scollamento” tra le vessazioni subite nell’infanzia ed il bisogno di ripeterle da adulti ,subendole o procurandole ad altri, oppure autoinfliggendole.
Come se il corpo per provare piacere dovesse ripercorrere il dolore originario laddove, nel momento più estremo della paura, piacere e dolore si unificano. E ancora, come se essere amati significasse, di conseguenza,essere necessariamente umiliati o fatti oggetto di violenza in modo tale da vivificare l’idea onnipotente di poter essere padroni di se stessi e dell’altro, al fine di vincere le paure di annientamento da cui sono pervasi.
La visione psicoanalitica recupera l’eziologia di tale affezione nelle deprivazioni affettive infantili, che vede come autore di pratiche sadiche non solo il sesso maschile, come una obsoleta idea culturale ha finora voluto, ma che, anzi ,guarda al sesso femminile come attore principale, complice del compagno e addirittura creatore di pratiche perverse nei confronti dei figli. Siamo chiaramente alle estreme conseguenze di un disagio non consapevole riversato sui figli che in quanto fragili e dipendenti incarnano espressione di sé in precedenti abbandoni e violenze subite. Il meccanismo, quindi, diviene ripetitivo ed abreattivo.
L’autrice compie un excursus storico dell’evoluzione sadomasochistica nella cultura attraverso temi letterari come gli scritti del Marchese De Sade o L. von Masoch, attraverso film come il bellissimo La Pianista (M. Haneke, 2001), fino ad arrivare alle attuali definizioni psichiatriche del DSM IV. Le pratiche ricorrenti sono le più svariate che hanno per oggetto la mortificazione corporale propria e altrui, nonché l’umiliazione di sé a volte fino al non riconoscimento del limite, oltrepassato il quale il soggetto si scontra con la realtà da lui negata: la morte. In una scena di un recente film “Ti do i miei occhi” (I. Bollain, 2003), Antonio, compagno della protagonista Pilar, alcolista e violento, durante l’ennesima crisi di gelosia, compie quello che sarà l’ultimo gesto di umiliazione sulla compagna: la espone nuda in balcone non facendola più rientrare ed ove ella mingerà, perdendo il controllo sfinterico. La spoliazione di sé, estrema , la spingerà ad abbandonare definitivamente il compagno. Come vediamo, la pratica sado-maso non è ascrivibile solo all’aspetto fisico: essa è soprattutto un particolare tipo di relazione che del fisico fa un ponte per l’anima. Ma se la psicoanalisi da un lato interpreta la condizione del sadomasochismo come la ricerca onnipotente della propria salvezza, possiamo dall’altro utilizzare una griglia di lettura che pur muovendosi nella stessa area interpretativa, ne espande i confini, per recuperare la natura del bisogno “dolore”, al di là della storia personale del soggetto.
Attraverso la fortissima complicità sia conscia che inconscia, i soggetti immersi in tali pratiche, sembrano inscenare il tentativo di unire vita e morte, negando ad entrambe lo statuto di polarità. Scrive J. Hillman: “L’invenzione della parola masochista mise nell’Ombra, dalla parte della psicopatologia, quella via in cui l’anima è vittima del numinoso e si sottomette al potere dell’interamente altro… nell’esperienza masochistica, piacere e dolore si uniscono… i fenomeni masochistici possono essere visti su questo sfondo: la congiunzione degli opposti” (1972). E ancora: “supponiamo invece che il masochismo sia connesso al morire, immaginato come liberazione estatica, come qualcosa che l’anima richiede, di cui ha bisogno e che riceve attraverso la scoperta di un intenso e soverchiante valore della carne…supponiamo che esso renda possibile una unione di anima e di carne non raggiungibile in maniera così intensa in alcun altro modo” (Ibidem).
Con tale affermazione non si vuol certo negare la pericolosità delle pratiche perverse né tanto meno i suoi correlati con esperienze infantili cruente: si tenta soltanto di ripercorrere i bisogni dell’anima non come conseguenza dell’esperienza subita, ma al contrario utilizzando l’esperienza come ponte per scoprire il lato oscuro della psiche. Scrive L. Turinese. “Nel perseguire la fusione di due esseri per loro natura irrimediabilmente discontinui, l’amore ci consegna all’angoscia. Il significato ultimo dell’erotismo è la soppressione del limite e perciò stesso chiama la morte, che del limite è la negazione definitiva. L’unione di due amanti apre alla totalità. Laddove la minaccia sempre incombente della separazione, con il suo plumbeo richiamo alla natura discontinua dei due esseri, mantiene la piena coscienza dell’unione e della sua essenza insieme profonda e fragile. L’esperienza erotica è perturbante perché tocca il mondo infero. C’è nell’erotismo, un vertiginoso desiderio di perdersi, e questo fatto lo approssima alla morte” (La ricerca del sacro nelle forme estreme di manipolazione corporea: il corpo come luogo di ierofanie, 2006).
Il testo della Welldon, si pone, quindi, come trampolino di lancio per riflettere oltre la nosografia, – oltre ciò che da sempre viene considerato anomalo – nel tentativo di recuperare una visione più ampia della totalità psichica che – attraversando il mondo sommerso – possa attingere a quel senso smarrito ma impietosamente presente in ciò che viene definito patologia: il sacro.