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Il libro:
L'inconscio


di Phil Mollon

CSE
Torino, 2006
pp. 73, € 8,50

 


 

la recensione
di Giusi Polizzi

“Per cominciare….”

Il testo succitato apre la nuova collana “Parole della Psicoanalisi” edita dal Centro Scientifico Editore, che si propone la divulgazione- attraverso testi accessibili a tutti- delle tematiche fondamentali inerenti la psiche , il suo funzionamento ed i suoi disagi.
Ne “L’inconscio”, si prende conoscenza dei concetti cardine della Psicoanalisi il cui fondatore è Sigmund Freud. L’autore parte dalla definizione d’inconscio come “intruso scomodo” per indicare come questa zona psichica stia naturalmente in ombra per manifestarsi soltanto attraverso modalità spesso non comprensibili al soggetto che ne è autore. Attraverso i lapsus linguae, gli atti mancati, i sogni, le nevrosi, nei fenomeni apparentemente insignificanti, si ravvisano le espressioni di aspetti nascosti alla coscienza razionale, il cui riconoscimento porterebbe , invece, alla conoscenza di sé in modo più ampio e variegato grazie all’accettazione di aspetti negati e repressi.
“L’inconscio” – scrive l’autore – “è per definizione in conoscibile… lo psicoanalista perciò si trova nell’infelice posizione di essere uno studioso di ciò che non si può conoscere”. La conoscenza di cui parliamo si riferisce ovviamente all’intangibilità dell’inconscio – se trattato con modalità tipiche della tradizionale medicina – non possedendo esso ubicazione topica passibile di sezionamento. Piuttosto l’inconscio, ed il lavoro svolto da analista e paziente su di esso, permettono al soggetto – e direi ai soggetti implicati in tale lavoro – l’espansione della coscienza con la finalità della consapevolezza della propria personalità. La consapevolezza è un meccanismo da sempre legato all’attenzione. Attenzione a quei fatti che sembrano irrilevanti perché non desiderati.
Dai semplici accadimenti quotidiani che spesso sfuggono alla nostra attenzione, l’inconscio, se non ascoltato, si spinge oltre: s’impone attraverso le immagini oniriche. Nel testo portante di Freud “L’interpretazione dei sogni “ del 1900, la finalità del sogno è quella di rendere noto alla coscienza la presenza di un desiderio ed il suo conseguente onirico soddisfacimento. In sostanza i sogni gestiscono emozioni disturbanti generatori di conflitti, proprio perché il desiderio è in contrasto con le censure e le regole della coscienza : in contrasto con le norme imposte dal mondo diurno e dai patti di convivenza sociale. Nel testo vengono esposte le varie modalità con cui operano i sogni (condensazione, spostamento), ed i relativi meccanismi di difesa presenti in essi. Importante è l’idea dello “scarto analitico”, ovvero di quella zona d’ombra inconoscibile che anche nei sogni, come nella pratica analitica è lasciata incompresa. Scrive Freud: “Questo è allora l’ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell’ignoto”. L’utilità dello scarto analitico si ravvisa nell’apertura a qualcosa che è in nuce e che potrà solo in futuro essere elaborato dal soggetto manifestandosi sotto forma di creatività e, quindi, di cambiamento. Diversamente da Freud, il suo più noto allievo, C. G. Jung, ipotizza, invece, l’esistenza di un inconscio collettivo – oltre quello personale – che attinge a parole, immagini e riferimenti culturali che appartengono a tutti gli esseri , al di fuori della nostra personale storia. In tal modo l’inconscio junghiano si avvale di simboli collettivi, metafore degli archetipi. L’archetipo è la primaria ed universale forma di funzionamento psichico attraverso cui l’inconscio riceve delle “comunicazioni” circa il suo stato e la sua evoluzione. Inconscio, quindi, non solo come fonte di appagamento di desideri scomodi, ma come crogiuolo alchemico di trasformazione.
Esponendo i processi fondamentali del funzionamento psichico (processo primario e secondario, censura, simmetria, transfert), Mollon in questo breve testo mostra con esauriente sinteticità i vari studi compiuti su di esso da parte di altri indirizzi scientifici (cognitivismo e neuropsicologia),evidenziando analogie confermanti, di fatto, le ipotesi iniziali della psicoanalisi.
Dai sogni alle nevrosi, fino alle patologie dichiaratamente psichiatriche, il disagio psichico sembra essere una disfunzione quantitativa piuttosto che qualitativa, poiché il funzionamento psichico è in partenza uguale per tutti gli individui. Mentre nel nevrotico il processo primario è in conflitto col processo secondario – ma all’esame di realtà quest’ultimo rimane intatto – per lo schizofrenico, invece, il processo primario gestisce l’intera personalità utilizzando le metafore nella loro struttura essenziale piuttosto che “come se”. Il dibattito -ancora aperto – sull’eziologia delle psicosi, riguarda il probabile concorso di fattori neurologici oltre quelli psicologici.
Ciò che è comune a tutti gli approcci di studio all’inconscio, è la conferma che esso comunichi elettivamente per il tramite di metafore, regno dell’immaginale, espressione della forma più arcaica di percezione e ricezione dell’emozione. La psiche o Anima (Hillman 1975) rivela attraverso l’immaginale la connessione col mondo mitico, scenario ove è possibile l’incontro con gli Dei, ovvero con il caleidoscopio delle espressioni della nostra personalità. Al livello più profondo dell’inconscio, conclude l’autore “tutte le cose sono una, lì troviamo la divinità, l’Altro terrificante dentro di noi, il Soggetto dei Soggetti, che non può mai essere oggetto, la fonte del nostro essere, la fonte di sanità e follia, di creazione e distruzione, della Grazia e del Terrore”.
Testo, quindi, che offre molti spunti per chi voglia “iniziarsi” al mondo sommerso del nostro essere. Chiaro, sintetico, esauriente.