Al Cinema


Il Concerto


di Radu Mihaileanu, Francia, Italia, Romania, Belgio, 2009 Il concerto

Recensione di Giusi Polizzi

Dopo gli splendidi “Train de Vie” e “Vai e Vivrai”, altra opera a cavallo tra melodramma e commedia sull’estromissione dalla Russia – ai tempi del totalitarismo brezneviano – dei musicisti ebrei facenti parte della nota orchestra del Bolshoi. Andrei Filipov (Alekxei Guskov) – direttore di fama mondiale – rinunciando al licenziamento dei musicisti ebrei, vede interrotto il sublime concerto da parte del regime, trovandosi successivamente a dover aiutare ciò che resta della famiglia della grande violinista che lo accompagna e che verrà rimpatriata in Siberia dove morirà in preda alla follia. Dopo 29 anni – e siamo nella Russia dei nostri giorni – Filipov lavora ancora al Bolshoi ma come uomo delle pulizie, ascoltando di nascosto le prove dei concerti. Ma il suo sogno più grande è quello di ricostituire la vecchia sua orchestra riscattando al contempo la morte della sua violinista. E Dio che si veste da “Caso” gli fa pervenire l’invito del Theatre du Chatelet di Parigi per l’orchestra del Bolshoi. Il travestimento di sé, per la salvezza – che spesso coincide con la realizzazione dei propri sogni – è un tema caro a Mihaileanu come si evince dagli altri suoi film ed anche stavolta attraverso tale espediente, accompagnato da autoironia ed umorismo, la meta viene raggiunta. Ricostituita la vecchia orchestra con qualche improvvisata aggiunta, l’arrivo a Parigi non significa solo terminare il concerto interrotto molti anni prima, ma è – per gli orchestrali – l’incontro con il benessere e lo splendore dell’Europa, è la possibilità di riscattarsi per qualche giorno dalla misera vita cui li ha costretti il regime. Ma per Filipov il riscatto è di tipo diverso: giungere al suono magico, quello che lui definisce “armonia suprema” e in cui si intravede la vera anima comunista poiché ogni musicista contribuisce col proprio tocco al raggiungimento della perfezione, può essere possibile in questo caso solo attraverso la presenza di Anne Marie Jacquet (Melanie Laurent), nota violinista che pervade sia il passato che i sensi di colpa del grande maestro. Spirito e commozione, giungono al culmine negli ultimi 15 minuti, quando si ha il pieno compimento di quella che sembrava un’avventura dagli improbabili esiti, quando la grande e sublime musica di Tchajkovskij riempie l’anima del pubblico, non solo quello al concerto presente, ma anche e soprattutto quello della sala cinematografica. Mihaileanu, rumeno, figlio di un ebro comunista, vive e lavora in Francia, e sembra che in questo film abbia voluto ancora una volta, per molti aspetti in modo biografico, rintracciare le fila della sofferenza ebraica , onorando anche lo stato che oggi lo accoglie, permettendogli un riscatto non solo personale ma anche collettivo. Per non dimenticare.

Recensione di Lilia Di Rosa

L’ armonia è nell’ Anima. O attraverso l’Anima che, elevandosi, contatta il sublime. Non occorre spartito, né prove: solo la capacità di captare l’accordo universale che giace dentro ognuno di noi.

Sembra dire questo Andrej Filipoi, ex direttore d’orchestra del prestigioso Bolshoi, quando viene spinto da un irrefrenabile impulso interiore a “rubare” il concerto all’attuale direttore del teatro dove oggi fa pulizie, per mettere su una approssimativa orchestra con i vecchi suonatori del tempo della fama, molti dei quali ebrei, e lanciarli sulla scena di una delle più ambite sedi d’Europa: lo Chatelet di Parigi.

Il gioco, appassionante quanto rischioso non poteva che eccitare le menti dei vecchi orchestrali adesso nullafacenti, traffichini e dediti all’alcool, memori di un passato glorioso bruscamente interrotto, costretto a spegnersi nell’umile ed arretrata vita moscovita negli anni del regime comunista.
L’idea si accende come lo scintillio di una vita sognata e non vissuta , e l’ operazione per quanto assai ardita sembra fornire al Maestro l’ultima possibilità per riappropriarsi di un passato indebitamente tolto che, insieme alla gloria, ha sepolto nell’oblio la parte più preziosa della propria esistenza artistica.

Per quanto conscio della follia del suo progetto, di cui a tratti ha quasi paura, Andrej non può più tornare indietro, ma solo spingere la sua balorda orchestra fino al limite estremo ottenendo di dirigere il Concerto di Tchaikowski con la più celebre violinista francese del momento, mai conosciuta fino allora, ma al cui incontro sembra tenere particolarmente.

Il regista ci fa vivere insieme agli impresari, i critici e gli sponsor coinvolti, l’atmosfera tormentosa di un’ impresa grottesca che appare impossibile quanto esilarante, almeno fin quando l’Anima non riuscirà nella Musica a trasformare le avide mani di una rozza banda di barbari olezzanti di vodka , in morbide dita dai lievi tocchi di angelo, capaci di riscattare il passato e di giungere nel presente all’ Armonia suprema di un concerto memorabile.

Lilia Di Rosa