Al Cinema


Il cacciatore di aquiloni


di Marc Forster, 2008

“Nel nome di Dio clemente e misericordioso… purtroppo l’Afghanistan della nostra infanzia è morto da tempo… la gentilezza non abita più nel nostro paese ed è impossibile sfuggire alla morte…”

Ma quale prova richiede il grande Dio se siamo prigionieri di violenze inenarrabili e di un pensiero che diviene non-pensiero?…Parlare al plurale riferendoci al popolo afghano e a tutti i popoli che subiscono umiliazioni che non possono essere contenute in alcun nome, è un dovere per ogni uomo. La violenza subita dal singolo uomo è violenza sull’anima di tutti e tutti siamo chiamati a rispondere alla richiesta divina di leggere dentro la brutalità umana…Il conosciutissimo libro di Khaled Hosseini – in parte autobiografico – oggi divenuto film, non frena l’emozione e la rabbia neanche dopo averlo letto e visto più volte…le efferatezze del collettivo rispetto alle differenze razziali , le invasioni e le collusioni politiche, si legano inevitabilmente alle vicende personali di due amici-fratelli che attraverso amore incondizionato e senso di colpa danno senso alla loro vita sullo sfondo di una Kabul che prima dell’invasione russa, era una normalissima cittadina orientale dove i bambini giocavano e il cielo – libero – accoglieva i loro aquiloni. Oggi a Kabul non rimane nulla se non corpi sui selciati in nome di un Dio crudele : quello della sharia. Conosciamo tutti il regime dei talebani: le donne maltrattare e uccise, il commercio di arti meccanici, le case bruciate, le violenze sui bambini. L’essere umano ridotto a nulla. E ancora una volta, il figlio di un ricco pashtun – Amir – riesce a fuggire rifugiandosi in California, mentre l’amico-fratello di razza hazara – Hassan – povero e allevato dal servo del ricco rimane a Kabul facendosi uccidere dall’attuale regime . E’ la solita e conosciuta storia delle diverse possibilità di vita…ma le differenze non aboliscono le responsabilità. Né quelle presenti né tanto meno quelle del passato, specie se generate dai propri comportamenti. E allora, arriva sempre il momento “per essere buoni”, ovvero per rispondere alla missione della nostra vita e riparare alle colpe. Una nota frase dialettale siciliana recita “curri curri ca cà t’aspettu” , e sembra non possa esserci miglior immagine data dalla parola per indicare che il passato non può seppellirsi, ma solo elaborarsi. Unica legge divina a cui non si sfugge, conferma di come le colpe dei padri ricadano sui figli affinché questi possano riscattarle. E mai – a ben pensare – la vicenda umana può sganciarsi da quella collettiva e ,oggi più che ieri, questa diviene una visibile verità cui nessuno può sottrarsi. Sohrab, figlio dell’hazara Hassan nonché nipote di Amir, diviene in tal modo simbolo di una nuova possibilità di vita, diviene il granello di terra afghano che lanciato all’infinito dalle tasche del nonno denuncia le colpe del mondo gridando il diritto ad esistere per sé e per il “nostro” martoriato popolo.

Segnalato da Giusi Polizzi