Una finestra sul mondo


I barbari sintomo della malattia della città


«Sul tema “Città, sport e violenza” ragionava già James Hillman ai tempi di “Italia ‘90”. Partendo da un assunto: la prima preoccupazione di Edipo non riguardava la sfera familiare, ma era quella di salvare Tebe, la sua città». Il dott. Riccardo Mondo, psicanalista junghiano e fondatore dell’ Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica , «legge» così quello che è accaduto a Catania. «Dove il problema individuale – spiega – non può essere disgiunto da quello della città e la “malattia” dell’individuo da quella della città».
Ecco perché l’analisi di Riccardo Mondo non può che essere assolutamente duplice: da un lato i ragazzi violenti, dall’altro la città violenta e violata. «Mi ha molto colpito – spiega – nell’intervista al capo della Squadra mobile Signer l’affermazione che fra i genitori dei 70 ragazzi fermati non c’è ne sia stato uno che, prima di giustificare il figlio, gli abbia dato una “timpulata” per quello che aveva fatto».
E questo che segnale è? «È il segnale che a essere in crisi non sono soltanto i figli, ma anche i genitori. Soprattutto perché in questo caso la violenza è stata rivolta alle forze dell’ordine, ai custodi della civiltà, che svolgono o dovrebbero svolgere nella città una funzione genitoriale. C’è stata un’orda barbarica, insomma, quel giorno in piazza Spedini. Ma i barbari non vengono dal nulla, ma sono stati “educati” dalla famiglia e dalla società per divenire tali. Il barbaro attacca la civiltà nella quale non si riconosce e i rituali che non accetta come suoi».
Come sono questi “barbari”?
«In un libro li definisco “preistorico-tecnologici”. I giovani sono regrediti a uno stadio preistorico, cioè non hanno storia alle spalle, e vivono per il soddisfacimento dei loro bisogni. Ma non avendo, al contrario degli uomini preistorici alcun contatto con la Natura, soddisfano i loro bisogni in modo virtuale attraverso il cellulare, il pc, eccetera e questo non dà loro il senso del limite umano. E se si sospende la loro possibilità di fruire in modo piacevole del mondo, “impazziscono”. Ecco perché colpisce l’assenza della “timpulata”. Colpisce perché questi genitori non hanno avviato una riflessione sul loro progetto educativo per capire se, dove e come hanno sbagliato. Anche perché i genitori dimenticano spesso che l’obiettivo primario per un figlio è farne un buon cittadino. E un buon cittadino non può vivere nel paradiso terrestre e godere all’infinito…».
Quali sono gli interrogativi che si dovrebbe porre un genitore?
«Per esempio, quale spazio di convivialità hanno i ragazzi dentro e fuori casa. Come stanno a casa? Come mangiano a tavola? Come comunicano? Meno si comunica e più si lascia spazio all’azione, alla rabbia. Laddove manca la convivialità, la possibilità di confrontarsi, di raccontarsi, là aumenta la barbarie».
Dunque, è l’assenza di comunicazione a portare ad azioni violente?
«Questo accade in una città violenta e violata come la nostra dove non ci sono spazi significativi di incontro e di confronto». In che senso? «La città è un luogo in cui gli individui si dovrebbero incontrare, passeggiare, chiacchierare, stare bene. Catania invece è sempre meno una città a misura di chi passeggia. Non passeggiamo più, camminiamo in fretta fra le auto: non ci sono più marciapiedi. Il marciapiede, vede, è la maggiore espressione di civiltà di una città perché il marciapiede è lo spazio dove l’individuo cammina e nel frattempo lascia tempo al pensiero, alle idee. In via Morosoli ad esempio, a due passi dal Giardino Bellini il marciapiedi è costantemente violato e soppresso dalle auto. Nessun pedone lo usa più e laddove i marciapiedi diventano sempre meno usati, sempre più la criminalità aumenta. E mentre si passeggia sempre meno, si sta sempre più nei bunker-auto a sviluppare rabbia e aggressività». Una situazione al quale il catanese è abituato… «Sì, come è abituato alle centinaia di ambulanti abusivi, extracomunitari e non, che esercitano il commercio a pochi metri dai negozianti che pagano le tasse. O all’assalto spesso violento che subiamo ai semafori. O alla violenza quotidiana delle auto in seconda fila che restringono sempre più gli spazi urbani. O alla movida del centro storico che violenta gli spazi dei residenti. O alla sporcizia, all’incuria delle strade che è un atto aggressivo e di negligenza nei confronti di uno spazio che non si ama più».
Se questa è la diagnosi, quale può essere la cura?
Il ruolo fondamentale è quello del vigile urbano e del tutore dell’ordine in generale. Proprio per la loro funzione genitoriale nei confronti della città. La sua diventa una figura morale di riferimento se svolge sempre bene il suo compito. Se invece, il vigile si volta dall’altra parte, a fronte di una violazione delle norme, i cittadini non acquisiranno un codice interno. I genitori devono scontrarsi con i ragazzi, ma bisogna avere certezza delle regole e delle pene. E i vigili, i poliziotti devono fare rispettare una norma sempre. Dal divieto di sosta alla mancanza del casco, al pagamento delle tasse, eccetera. Sennò, il giovane che passa e osserva, interiorizza che la nostra è una città senza regole. Perché noi come gli animali, apprendiamo dalla percezione prima che dalla lezione. Ci possono essere mille conferenze sulla legalità a scuola, ma se poi il ragazzo esce e vede che non multano tutti coloro che non hanno il casco, il messaggio è che nella nostra città le regole sono all’acqua di rose».
Un consiglio a chi ci amministra?
«Premesso che la violenza non può essere eliminata, ma arginata e convogliata, non servono misure drastiche, che nascono dall’impotenza. Piuttosto, a Catania come in altre realtà metropolitane lo sguardo dell’uomo deve posarsi prima su di sé. Non ci sono soluzioni uguali per tutti, ma ci sono soluzioni individuali e soprattutto soluzioni per quel luogo. Soprattutto ci vuole continuità. E concretezza. Gli amministratori girino a piedi la città. E comprenderanno».

da “La Sicilia” del 25 febbraio 2007