Al Cinema


Habemus Papam - La recensione di Lilia Di Rosa


di Nanni Moretti, Italia Francia, 2011 Habemus Papam

La recensione di Lilia Di Rosa

Dopo Il discorso del Re di Tom Hooper , ancora nelle sale, arriva sugli schermi un altro film sul Potere e sul rapporto che l’uomo ha con la carica e le responsabilità che lo stesso gli attribuisce. Nel film di Moretti quest’uomo è il Sommo Pontefice, l’ Uomo che rappresenta Dio in terra: la più alta delle missioni e il più alto grado nella gerarchia del potere ecclesiastico.

Inevitabile, a mio parere, l’accostamento tra le due opere che analizzano ognuno a suo modo la crisi di identità e il peso della responsabilità di chi è chiamato ad assolvere compiti come quello di un Re nei confronti del proprio stato, e di un Papa, dinnanzi al Popolo di Dio. Entrambe lo fanno nel momento storico in cui più che mai l’essere esposti allo sguardo e all’altrui giudizio è enormemente accresciuto dai mass media e dalle richieste del mondo globalizzato, che non accetta limiti di riservatezza nemmeno di fronte alle stanze più segrete dell’individuo e della sua intimità.
Così, nel momento glorioso in cui il Pontefice appena eletto, deve presentarsi al mondo che da giorni aspetta di conoscere chi sarà la sua guida spirituale , il cardinale francese Melville , interpretato da uno splendido Michel Piccoli appesantito dagli anni, diviene preda di indomabili paure fino al panico, fino alla fuga dalla Loggia Pontificia dov’è attesa la Sua prima apparizione.

Ma il senso di inadeguatezza, l’angoscia per l’ enormità del compito è superiore allo sconcerto che circonda le sue imprevedibili reazioni, la tentazione di sottrarsene più grande della vergogna.
Anche questa volta, come già per le difficoltà di Giorgio V , viene chiamata in sostegno la psicoanalisi , beninteso nei limiti che la Chiesa può concederle, perché la Psiche – è subito precisato – non coincide con l’Anima, e indagare nella sfera privata di Sua Eccellenza non può avvalersi delle stesse regole di una qualunque altra terapia.

Impossibile non rilevare quest’altra analogia tra i due film, seppure gli esiti della cura dell’Anima – o della psiche che dir si voglia – si rivelino alquanto diversi. Nel primo, malgrado la spavalderia di un terapeuta non proprio in regola, il risultato è vincente; qui, anche il bravissimo professore invidiato da tutti non regge alla difficoltà del compito, lasciandosi regredire insieme agli altri nel clima di un conclave grottesco, alle prese con la perentorietà della segregazione che, in attesa che la crisi del neoeletto si risolva, si diletta come può tra piccoli capricci e debolezze private fino al giorno della sua inaspettata conclusione.

Il Teatro sembra quindi avvolgere l’intera vicenda, tra comparse e mistificazioni necessarie a sostenere l’imprevedibilità della situazione, mentre il fuggitivo si mescola alla folla della capitale, inoltrandosi nelle sue inafferrabili contraddizioni cui cerca di dare un nome e una possibile spiegazione. Deficit affettivo ? Mancanza di adeguate cure materne?
Rincorso dalle testate dei giornali di tutto il mondo, dalle interviste televisive che ad ogni angolo si affannano ad arrangiare interpretazioni, il nuovo Papa si abbandona alla leggerezza della libertà, protetto dagli abiti borghesi, occasionalmente sostenuto da figure femminili incontrate per caso, immergendosi nella rappresentazione tragicomica di se stesso e nello smarrimento della coscienza, fin quando non potrà più negarsi dall’apparire al famoso balcone del Vaticano per dichiarare senza mezzi termini la propria verità.

Davanti alla folla ammutolita , il dramma dell’Uomo si compie. D’altra parte, per un attimo, anche Gesù sulla croce non si vergognò di gridare la sua fragilità.

Lilia Di Rosa

Leggi la recensione di Giusi Polizzi