Al Cinema


Giorni e nuvole


di Silvio Soldini, Italia, 2007

Può davvero la perdita del proprio lavoro essere la cosa più terribile che possa accadere ad un uomo? Forse no, se pensiamo alle infinite tragicità della vita. Ma sicuramente, la morte del ruolo professionale con i problemi da essa derivanti, costringe l’essere alla rivisitazione del proprio divenire. Cosa vuol dire oggi, nel peculiare momento socio-economico nonché di transito spirituale vedere ribaltata la propria vita, soprattutto se improntata alla realizzazione economico-professionale? Il film di Soldini spinge verso molteplici riflessioni: sullo sfondo della bellezza come può essere un’opera d’arte – tema portante di tutto il film- la perdita degli oggetti materiali creati nel tempo con dovizia e sacrificio diviene motore dello svuotamento di sé a cui segue quell’aspetto depressivo – tipico di tutte le perdite – necessario, per la comprensione e il riempimento del vuoto creato dal cambiamento. In una società ove il tempo diviene il recipiente fondamentale dell’aspetto lavorativo e monetario, categorie come l’amore, la compassione, l’amicizia, l’accettazione dell’altro diverso da sé, divengono subalterne e proprio perché spesso parzialmente esplorate, nel loro successivo manifestarsi possono assumere aspetti dirompenti. La bellissima interpretazione dei due protagonisti – M. Buy e A. Albanese, evidenzia altresì la perdita della famiglia allargata: la coppia, infatti ,compie il suo transito verso l’amore in completa solitudine, senza possibilità di un appoggio familiare e amicale. Una perdita –quella del lavoro- che non può esprimersi, pena lo svilimento della propria immagine e dei rapporti umani fin allora sostenuti. Ma in questo transito , doloroso ed apparentemente ingiusto, si assiste ad un ribaltamento di tutto ciò che nella vita si è creduto importante: l’amico-socio ventennale tradisce in funzione del denaro, la bella ed imponente casa venduta, la figlia vista come estensione di sé che sceglie, invece, un percorso di vita diverso da quello desiderato dal padre. Ribaltamento non solo di credenze familiari ma anche sociali: un operaio o un commesso hanno paradossalmente maggiori possibilità di accedere ad un impiego rispetto a un professionista laureato ove il titolo tanto agognato e da esporre con orgoglio non ha più alcun valore. Fatto sconvolgente, questo, forse per i nostri padri: ma in una società ove il lavoro è divenuto più un accumulo di denaro che una realizzazione d’anima, l’attuale confusione socio-economica richiede un grande arresto riflessivo… osa deve cambiare dentro noi per cambiare l’anima del mondo? La risposta sta nella speranzosa visione dell’affresco del Boniforti laddove la bellezza – parafrasando Hillman – essendo un’esigenza dell’anima spinge al recupero del sentimento e di categorie attinenti al mondo supero, quel mondo troppo a lungo sommerso che richiede in modo non più procrastinabile, di essere accolto e vissuto.

Segnalato da Giusi Polizzi