Al Cinema


Follia


di David Mckenzie, 2007

C’è un aspetto pericoloso nell’amore, per tutti noi, che ha a che fare con il possesso, con l’ossessione, con la distruttività, se l’attrazione dei sensi diventa tanto estrema da esserne posseduti molto più e molto prima di poter pensare di possedere l’Altro. Ancora più pericoloso se ad esserne posseduto è uno psichatra che nelle passioni altrui proietta ciò che è troppo rischioso vivere, sostituendo l’esperienza concreta della tormentosità dei sentimenti al potere e all’abilità di penetrare nella storia dell’altro talora per manipolarla, dirigerla a suo piacimento, possederla fino al sadismo, giustificato da un eccessivo quanto perverso eccesso di cura e da un contesto, come quello manicomiale, che restringe e segrega ogni altra possibilità.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Patrick McGrath, non riesce tuttavia a cogliere il sottile tormento di quest’ultimo, mettendo in scena come fossero reali, le inquietanti contraddizioni di un’analista attraversato dall’amore impossibile verso il suo paziente che, nella storia di cui è osservatore e testimone, entra come il vero protagonista dominato dalle sue inconciliabili passioni. In fondo, la stessa operazione che il regista ha fatto con il lavoro di MacGrahfh, trasfigurando il romanzo in un altro romanzo – il proprio – dando al proprio amore per questa terribile esperienza lo spazio per costruire altre immagini e per affermare la propria interpretazione delle cose.
Del resto, c’è mai una sola interpretazione?

Segnalato da Lilia Di Rosa