Al Cinema


Donne senza uomini


di Shirin Neshat, Shoja Azari; Germania, Austria, Francia, 2009 Donne senza uomini

Sembra il titolo di un movimento di rivolta femminista, e in qualche modo lo è, nell’Iran in cui vivono le quattro protagoniste del film, alle prese con la difesa della propria libertà.

Siamo nel 1953, anno del colpo di stato tramato a Teheran dai servizi segreti americani e inglesi per destituire il governo democratico di Mohammad Mossadegh, e restaurare lo Shah al potere.
Allo sfondo politico si intreccia l’Anima della rivolta femminile, che rimane simbolicamente paradigmatica di ogni forma di protesta, anche quando richiede il proprio sacrificio in nome di una Libertà più alta, che va oltre la vita del singolo, uomo o donna che sia.

Velate, violate, offese, le donne si inoltrano con determinazione nella strada che decidono di percorrere, l’unica che può portarle nel giardino della propria femminilità, laddove scorrono acque limpide ma inquietanti come le loro emozioni, crescite rigogliose come i propri frutti, o sterili distese dove la mortificazione della propria individualità non può fare crescere nemmeno un fiore.
Tutte si ritrovano lì: feconde, vitali, e senza pace, accomunate dall’identico destino che le vede oggetto della prepotenza dei loro sposi o padri o fratelli: tutti padroni di corpi senza anima. Perché l’Anima è libera e non può essere intrappolata né uccisa né fermata.
Essa continua ad essere viva ben oltre la morte del corpo in cui è stata prigioniera, continuando ad ispirare il cammino verso la Libertà : come fa Munis, attivista politica – una anomalia per una donna – che lasciatasi pesantemente cadere all’apertura del film, resta lì ad accompagnare tutte le vicende individuali e collettive del paese che ha lasciato; o come Zarin, il cui bisogno di purificare la propria carne sporcata dalla mercificazione, la incita a scorticarlo.

Nel Giardino, simbolo del femminile , regno di Afrodite, della felicità primordiale , grembo da cui tutto origina, luogo della sensualità lussureggiante , della fertilità e della semina, le quattro donne si ritrovano nel tentativo di ri-nascere libere dai vincoli cui la vita voleva condannarle. Alcune di loro, esauste, ferite, non ce la fanno, preferendo rinunciare piuttosto che soccombere.

Una fotografia, quella dell’iraniana Shirin Neshat che lascia il segno , che scava tra le luci e le ombre dei fondamenti psichici della strada che ogni donna deve percorrere per non rinunciare al diritto di essere sé stessa.

Lilia Di Rosa