Al Cinema


Departures


di Yojiro Takita , Giappone 2008

Departures

“I riti funerari e più in generale i riti che hanno per oggetto la morte costituiscono un universale antropologico. L’immagine di questa esperienza estrema attiva una paura archetipica, solleva l’interrogativo di quale sia il senso dell’esistere e impronta atteggiamenti che modificano l’uomo in profondità. Dinanzi alla morte il rito si offre come scansione necessaria a vivere.” ( C. Widmann )

L’etimologia del verbo dipartire rimanda all’allontanamento di una persona da un luogo o da un’altra persona recando in sé – per dirla con Leopardi – quel “ sempre stringe all’uomo il cor dogliosamente, ancora ch’estranio sia, chi si diparte e dice, addio per sempre”. La necessità, dunque, di officiare la dipartita attraverso un rito che segni il confine, ovvero, il passaggio ad ogni nuova forma di esistenza – fosse anche il Nulla, appartiene alla categoria del vivente fin dagli albori dell’umanità.
Nella cultura occidentale, la morte, se da un lato officiata a gran voce sotto le consuete ed ortodosse spinte cattoliche, viene altresì esorcizzata attraverso lo strenuo tentativo di allontanarla quanto più possibile perché considerata incomprensibile. Nello iato tra la morte come esperienza ineluttabile e fortemente simbolica per l’anima e la morte come fine del corpo e, quindi, di tutto per la coscienza materialista, si pone l’uomo con le sue incertezze circa l’unica grande certezza che ci è data in dono: la finitezza del corpo, il termine di un tempo che se guardato con gli occhi della fisica quantistica, diviene relativo e non assoluto, necessario solo per la categoria dell’ Io e delle sue costruzioni materiali nel mondo.

Il gran bel film di Yojiro Takita (vincitore Oscar come miglior film straniero), restituisce dignità all’evento più temuto di tutta l’esistenza, e lo fa attraverso l’utilizzo di un rito che esprime la spiritualità della sua terra d’appartenenza. Ma spiritualità non è solo ascesi incondizionata dall’opulento mondo, è soprattutto calarsi negli inferi per la ricerca di senso. È ciò che accade al giovane Daigo (Motoki Masashiro), che vedendo fallito il suo sogno di violoncellista, si ritrova per “le non occasionali vie del destino” a ricomporre e ripulire salme affinché affrontino l’ultimo viaggio dignitosamente. Diversamente dalla figura del becchino conosciuta nel mondo occidentale, il tanato-esteta, in accordo con l’eleganza e la sacralità delle pratiche orientali, ripulisce i corpi per togliere le fatiche di questa vita, li veste per la grande festa e li trucca per rendere omaggio alla bellezza che fu un giorno, propria del soggetto.

Realmente esistente il rito della deposizione ( Nokanshi ) in Giappone, esso segna la diversità della concezione della morte tra mondo occidentale ed orientale: piuttosto che la fine di un tempo lineare per il primo, nel secondo l’anima non muore, ma si appresta al grande viaggio verso nuove consapevolezze. Ma la storia ci dice anche altre cose. L’impatto – non facile – con l’allontanamento definitivo dell’altro, permette la revisione di sentimenti, di momenti perduti, di conflitti mai sanati, di vergogne ed impossibilità, offrendo al contempo il fianco – come Ianus Bifrons – anche alla riconciliazione ed alla comprensione. La morte, dunque, come altissimo momento di visione di un tutto che investe defunto e congiunti, esperienze compiute e lasciate in sospeso.
Il conflitto paterno mai risolto in Daigo , viene sciolto proprio grazie al “Grande e Nefasto” evento, supportato dalla figura paterna vicariante che è il suo datore di lavoro Sasaki (Yomazaki Tsutomu): sarà proprio lui infatti a regalargli la bara per suo padre, fornendogli così oltre la possibilità del perdono anche il passaggio simbolico da ragazzino irato ad adulto. Rilevante anche la figura femminile rappresentata dalla moglie di Daigo, Mika (Hirosue Ryoko), che attraverso l’utilizzo costante della funzione anima supporta il processo individuativo del marito impedendogli in tal modo il rischio della perdita di sé. L’accostarsi alla morte, ai suoi sensi ed alle sue connessioni – molto da vicino – svela il senso della vita, ma può far sconfinare, se non opportunamente supportato, nel processo di annichilimento. E sarà proprio il “ritrovamento” del sasso – simbolo – non solo dell’infantile legame col padre ma anche della sacralità del mondo e degli eventi, a rendere giustizia di un cammino verso la rinascita non compiuto invano.

Film elevato nel contenuto e nella sceneggiatura, 130 minuti di pellicola con ottima fotografia ed una superba colonna sonora firmata Joe Hisatshy.

Giusy Polizzi