Al Cinema


Cous cous


di Abdel Kechiche, Francia, 2007

Il cous cous, piatto forte del mondo arabo, diviene in questo film protagonista e al contempo simbolo del travaglio interiore e sociale di un popolo che attraverso l’emigrazione cerca non solo di possedere – legittimamente – una vita dignitosa per sé e per i propri discendenti, ma di fornirsi altresì del trait d’union necessario per appartenere alla nuova terra da un lato nella conservazione del popolo e della cultura d’origine dall’altro. La storia di Slimane – magrebino – e delle sue due famiglie, narra la ricerca di un riscatto ad una vita di umiliazioni, mortificazioni e sfruttamento, disagio di interi popoli spesso derisi perché “altro da noi”, destinati a subire fino al punto da abolire qualsivoglia reazione. Dopo un ingiusto licenziamento, il protagonista decide di realizzare il sogno nel cassetto: ristrutturare un vecchio relitto di nave per trasformarlo in un ristorante arabo il cui piatto forte è il cous cous , coinvolgendo in tale progetto le sue due famiglie per lasciare a loro, in futuro, il risultato di quest’opera. Ma come a voler continuare le sorti di un destino da sempre poco compiacente, quella che sarebbe dovuta essere la serata inaugurale di questo particolare ristorante, diviene, invece, attraverso un movimento sincronico, il momento in cui gelosie, rancori, difficoltà familiari e filiali, prendono il sopravvento determinando il corso degli eventi. I dialoghi – molto lunghi, veloci e ridondanti – sembrano affermare, violentemente, la disperazione dei protagonisti e l’ostinazione verso l’incompiuto, sia a livello affettivo che sociale: un’ostinazione che denuncia il bisogno di un ascolto e di una risoluzione. Le immagini, molto penetranti, rendono i personaggi estremamente reali nella loro sofferenza e la danza finale – anch’essa biglietto da visita della sensualità e dell’energia propria dei popoli arabi – diviene dolore efferato, nel tentativo di salvare l’ultimo faticoso dono fatto ad una patria che accoglie ma che troppo spesso dimentica di accettare. Ancora una volta riflettere sulle dinamiche legate all’immigrazione e all’integrazione, permette di ricercare al proprio interno possibilità altre di comunicazione e di scambio e, ancora una volta ci ricorda che il mondo è Uno senza separazione alcuna al di là delle infinite sfaccettature e diversità. La legge “dell’economia più forte” non abolisce la realtà dell’Uno, piuttosto ne mette in risalto differenze da rispettare e accogliere, riponendo definitivamente il tentativo onnipotente di plasmare ciò che non ci appartiene.

Segnalato da Giusi Polizzi