Al Cinema


Centochiodi


di Ermanno Olmi, 2007

Cento chiodi per far riflettere , cento chiodi per ricordare oggi – a 2000 anni dalla sua nascita e dinanzi all’imminente Pasqua – che la crocifissione di Cristo continua attraverso la non comprensione e la non attuazione della sua parola. Ribellione alla materialità, spiritualità e politica, in questo film si fondono per ridare al vedente l’immagine della totalità dell’esistenza e soprattutto, di cosa significhi spiritualità. I libri, sacri alla e per la conoscenza, i libri che recano in sé il Verbo, – se pur necessari- divengono solo una vana fuga dal mondo se l’uomo non trasforma il loro significato in azione. Ugualmente le religioni. Il nuovo Messia, protagonista del film (Raz Degan), che non ha nome per tutta la sua durata, rappresentando la possibilità di “veduta”, e al contempo, l’incarnazione di tutti noi, dichiara con ferocia – citando il grande filosofo K. Jaspers – che in un mondo in cui la materialità predomina e la falsa spiritualità ne è al suo servizio, “è forse la follia la soluzione alla nostra esistenza?” Questa affermazione del protagonista durante la sua ultima lezione di filosofia, apre le porte all’efferato e delittuoso gesto che proclamerà la sua uscita dalla falsa spiritualità: trafiggerà cento libri e abbandonerà la sua professione. Interessante è la non distruzione dei libri ma la loro crocifissione: metafora della crocifissione di Cristo e ciò che la sua missione dichiara, – ancora una volta da parte dell’uomo e delle istituzioni che invece lo esaltano. L’immagine denuncia il bisogno di un recupero filosofico dei testi, di un recupero della metafora insita in essi, al fine di dare concretezza a ciò che il Verbo annuncia. E dell’ annunciazione del Verbo, la sola lettura – dogmatica e depressiva- senza partecipazione al mondo, ne annulla la conseguente trasformazione in azione. C’è molta più spiritualità nel “prendere il caffè con un amico”, nel dare a chi non possiede, nel recupero ambientale e delle tradizioni, nel rispetto della natura e dell’appartenenza ad essa dell’uomo. Spiritualità e politica si fondono per ricordare che la soluzione ai problemi del mondo è “nel mondo calata” attraverso l’agire e l’esserci di ognuno, laddove spiritualità non è l’alto inconoscibile, ma tutto ciò che ci circonda. Se spiritualità fosse solo l’alto, intoccabile e invisibile, Dio dovrebbe alla fine render conto di tutta la sofferenza del mondo…
Le acque del Po’, inesorabilmente lente, metafora della dimensione più naturale ed arcaica della psiche, offrono la possibilità di recuperare una dimensione più piccola delle cose per sentirne l’intensità e per permettere l’apertura verso il contatto. Gli incontri della gente del Po’ intorno ad un tavolo con al capo il Messia, ricordano inevitabilmente “L’ultima Cena”: ma stavolta il Cristo ha dinanzi a sé un computer, e con quello scrive una petizione, mentre con la carta di credito preleverà la cifra necessaria da pagare al comune affinché la gente del luogo possa restare lungo le rive del fiume. In questa grottesca immagine il messaggio più forte diviene il recupero della “necessità ontologica” della finalità del progresso : l’uomo sociale e non l’uomo isolato, la materialità al servizio della spiritualità e non viceversa, recupero dell’identità Cristica presente in ogni uomo. Non sono i libri o il progresso che vanno aborriti, ma il loro falso utilizzo. E al desiderio che accompagna il protagonista all’inizio del film, e cioè prendere i voti religiosi (ma si faccia attenzione: è il sacerdote che lo dice e non il protagonista), si assiste , successivamente, ad una trasformazione di tale desiderio (simbolico) in esperienza. Il segno si svela, diventa azione e partecipazione, diventa libertà e non dogmatismo, diventa identità.

Segnalato da Giusi Polizzi