Al Cinema


Brothers


di Jim Sheridan, USA, 2009 Brothers

Cosa distingue l’uomo comune dall’Eroe? La sua forza, il suo coraggio, il sacrificio della sua “umanità” o la capacità di sopportarla?
Certo nulla più può essere come prima se lo spartiacque è la morte di una parte di sé che si credeva inestinguibile. Nulla, se la belva che è in lui prende il sopravvento per quello spirito di sopravvivenza insito nella specie vivente che, in talune condizioni, si sbarazza di ogni forma di eticità o di senso della collettività su cui si fonda il vivere civile.

Ma quanto è civile la guerra? La fedeltà alla patria, il senso di giustizia su cui apparentemente si fonda, può mai rendere giustizia della barbarie, della tortura, del dilemma: io o l’altro?

In una società militarista si è ingenuamente portati a credere che il Caino e l’Abele siano ruoli validi per sempre. Ma la guerra infrange ogni certezza, capovolge i valori e sopravvivere non è sempre una fortuna: più spesso è il dramma, la colpa più alta, l’impossibilità a godere di un bene sottratto ad altri come nel caso del perfetto marine di questo film che ha ceduto al richiamo dell’amore e alla dimenticanza del proprio dovere.

Il film gioca sul tema del doppio puntando lo sguardo sulla tragicità della guerra fuori e dentro casa, alternando anche scenicamente la potenza dei sentimenti di chi la vive sul campo e di chi non può nemmeno immaginarla, così come sulla diversità dei due fratelli: l’eroico Sam e lo sbandato Tommy.
Sotto lo sguardo paterno, ai cui valori l’uno si è uniformato, l’altro si è opposto, tutto sembra chiaramente definito fino a quando gli eventi non rivelano altre verità, ben più complesse.
Quando il sentimento dell’estraneazione prende il posto dei sentimenti familiari è difficile riconoscere e riconoscersi: non i padri né i figli, non la compagna né l’amante. Forse solo il Fratello, l’altra parte di sé scissa e rifiutata, quella che nella psiche completa il cerchio della nostra terribile, inafferrabile unicità.
Solo Tommy infatti sente ciò lacera Sam, solo lui ne intuisce la violenza, la rabbia e il peso di avere tradito soprattutto sé stesso.

Enigmatico il padre che, diversamente dal protagonista della Valle di Elah di Paul Haggis, pur nel riconoscere la propria parte di responsabilità sembra rimanere più sconcertato dalle trasformazioni dei figli che non da quanto accada in sé stesso.
Se il primo si chiude sulla coscienza critica del Padre, sulla revisione dei valori e dei principi sui quali ha allevato e perduto il proprio figlio, qui è il figlio che con l’inabissarsi nel proprio smarrimento conclude il dramma di un viaggio da cui non sa se potrà mai fare ritorno.

Lilia Di Rosa