Al Cinema


Brotherhood


di Nicolo Donato, 2009, Danimarca

Brotherhood

Se l’amore come scrive James Hillman erompe con tale forza archetipica da non potersi sottrarre ad esso, Brotherhood ne diventa l’espressione concreta e non solo immaginale.
Cellula neonazista danese ai nostri giorni, il cui solo obiettivo è – attraverso la continuazione delle idee hitleriane – la pulizia etnica seguendo il “secondo natura”. Frase che ritorna spesso per tutta la durata del film, per cui, vivere secondo natura vuol dire pestare gli immigrati perché non è naturale che vivano in paesi non loro, vuol dire abolire ebrei e negri per gli identici motivi e – soprattutto – finire gli omosessuali , ovviamente “fuori natura”.

La tematica omofoba, ma non solo , affrontata da Donato (siamo alla sua opera prima), fa emergere con la stessa violenza delle immagini la riflessione sulle opposte polarità, che quando non rese coscienti, dilagano in una inflazione tale da determinare panico, terrore, morte.

Scriveva Jung : ” Non ci si illumina immaginando figure di luce, ma rendendo coscienti la tenebra”. Dietro la violenza, infatti, gratuita e supportata da ideologie false quanto mai lontane dal vivere “secondo natura”, si nasconde sempre una parte di sé non riconosciuta e spesso – falsamente – considerata debole. Lars (Thure Lindhart), ex sergente dell’esercito, anticonformista e ribelle, entra – ma mai pienamente convinto – a far parte di una cellula naziskin dove incontra Jimmy (David Dencik), convintissimo apparentemente ma senza “convinzione” alcuna di ciò che professa. Il suo corpo è estremamente tatuato da immagini del terzo Reich, quasi a voler ostentare quella identità che dovrebbe divenire forza. Ma come ben sappiamo, l’assenza d’identità diviene assenza di forza. Lars, invece, consapevole della sua natura, si pone, paradossalmente anche se comprensibilmente, come polo di riflessione; e nonostante dubiti e rifletta, viene promosso all’interno della cellula come un membro di serie A. E ancora , come Giano bifrons reclama, è omosessuale: ciò che rivoluzionerà la vita e le credenze di Jimmy.
Che questo non sia un caso all’interno della cellula è ovvio. Un gruppo al maschile che decanta pestaggi e violenze, dove la forza non è dell’anima ma del corpo, mostra soltanto l’occultamento della parte considerata debole. E la debolezza o il disagio emerge con estrema chiarezza. A dircelo è Patrick, fratello di Jimmy, tossicodipendente, che aspira al livello superiore raggiunto da Lars all’interno della cellula. Neanche i tossicodipendenti sono ammessi in un gruppo che deve mostrarlo sempre ed eternamente “duro”, ma alla fine, l’unione o spesso la confusione dei contrari prevale.

La magia del film sta proprio nell’evidenziazione costante ed armoniosa dei contrari e dei paradossi . Tutto sembra logico e non fa una piega: dal pestaggio più efferato al bere birra biologica perché “fa bene”, dall’odio compulsivo verso i gay alle scene d’amore tra Lars e Jimmy più dolci e tenere dove il non detto ha una forza dirompente. Vittime e carnefici senza soluzione di continuità. Ossimoro inconfutabile. Il messaggio forte e non discutibile che ci arriva dalla pellicola è l’impossibilità di estrapolare dalla psiche – individuale e collettiva al contempo – la totalità delle parti di cui essa è composta. La repressione degli aspetti d’anima comporta sempre e comunque patologizzazione (J. Hillman), ove questa viene spesso confusa con la patologia e non vista per quello che è: creatività. La creatività dell’amore che altro non è che l’amore stesso, infrange la patologia e la sua inflazione scaduta nella violenza. Ma amare vuol dire sempre comunque abbattimento delle difese, ri-conoscimento di sé e inevitabilmente dell’altro, accettazione di parti ingiustamente considerate deboli ma in realtà motore dell’evoluzione.
Scrive Ivan Cavicchi : ” Il cambiamento è alter-azione, cioè un’azione che fa divenire altro producendo alterità, l’evoluzione invece è un’idea di sviluppo progressivo, di un mutamento come movimento” .
Affinché tutto questo sia possibile, a tutti i livelli dell’ anima mundi , occorre il ri-attraversamento di sé e della cultura di appartenenza che genera potere e stereotipi per il nascondimento di sé. E la nostra cultura, ancor oggi, attraverso la xenofobia, l’omofobia, l’umiliazione, le violenze inenarrabili e quant’altro faccia il paio con la paura e l’allontanamento del non conosciuto, dichiara in modo triste – non per questo degno di rassegnazione – quanto lontani siamo ancora dal poterci integrare ed individuare nella dialettica sacra ed illuminante dell’appartenenza all’Uno attraverso l’altro.

Film meritevole per il contenuto, l’armoniosa sceneggiatura, per la bravura dei protagonisti soprattutto sul piano della comunicazione non verbale, a voler contrapporre un troppo duro dire e fare ad un linguaggio d’anima che del silenzio ha necessità.

Giusi Polizzi