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Il libro:
Analisi dei sogni


Analisi dei sogni

di Carl Gustav Jung

Bollati Boringhieri
Torino, 2003
pp. 708

 


 


 

la recensione
di Luigi Turinese

Alla celeberrima definizione di Freud – “Il sogno è la via regia che porta alla conoscenza dell’inconscio nella vita psichica” – fa da contraltare l’affermazione di Jung che “il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più mistica e più intima dell’anima”. Fatta salva la notevole differenza linguistica, la concezione del sogno come grimaldello per penetrare nel sancta sanctorum della vita psichica accomuna i due padri fondatori. Tuttavia Jung abbandona la pretesa semeiologica di Freud, attribuendo le inintelligibilità contenute nei sogni non già al nascondimento di un contenuto latente da portare alla luce bensì alla nostra difficoltà di decifrare un linguaggio così distante da quello della coscienza. “In contraddizione radicale con Freud, affermo che l’inconscio dice ciò che vuole dire. La natura non è mai diplomatica. Se la natura produce un albero, è un albero, non un errore per un cane. […] La teoria di Freud è stata creata dalle sue pazienti. L’analista è troppo soggetto all’influenza delle pazienti, gli riempiono la mente con il loro pensiero. Questi meccanismi desideranti delle donne sono fonte d’errore per il medico; dobbiamo continuamente lottare contro questi pensieri insinuanti” (p. 76). Nel Seminario sui sogni qui presentato – che l’ottima curatela da parte di Luciano Perez consente finalmente di apprezzare in italiano – il distanziamento da Freud e dalla sua pretesa di razionalizzare il sogno è espresso con chiarezza: “L’idea di Freud è che il sogno sia razionale. Io affermo, invece, che è irrazionale, che succede e basta. Un sogno appare, come può apparire un animale. Io sto seduto nel bosco, e appare un cervo” (p. 133).

Ogni approccio al sogno, inoltre, presuppone un modello della psiche; il modello junghiano, come è noto, è quello della dissociabilità della psiche e dei suoi complessi, che qui viene ribadito con suggestive amplificazioni: “Forse ognuno di noi è soltanto un complesso di una mente più grande, come nelle nostre menti i complessi sono istanze autonome individuali” (p. 440). Nel rivelarci che siamo plurimi, il sogno depotenzia l’egemonia dell’io. Il mondo notturno è popolato da innumerevoli figure e restituisce alla coscienza questo senso di molteplicità; l’io onirico recita semplicemente uno dei ruoli del dramma (Jung insiste sulla struttura drammatica del sogno: preambolo, situazione, catastrofe, soluzione) e arriva a percepirsi come immagine.

L’Analisi dei sogni è il resoconto di cinquantuno incontri – avvenuti il mercoledì mattina, presso il Club psicologico di Zurigo, tra il 7 novembre 1928 e il 25 giugno 1930 – nell’ambito dei quali Jung presenta il caso di un paziente di quarantacinque anni, uomo d’affari, che lo consulta per così dire perché “troppo adattato” e alla ricerca di un senso. “La storia di quest’uomo […] è il processo di individuazione” (p. 329). È interessante che tra adattamento e individuazione Jung ponga una dialettica, sullo sfondo della quale immaginazioni e simboli possono risultare fertili per l’uomo ben adattato e invece germi di inflazione per chi sia ancora senza radici.

I partecipanti al Seminario – tutti selezionati dallo stesso Jung e analizzati da lui o da colleghi zurighesi – sono una cinquantina, un terzo dei quali analisti praticanti o in formazione. Nell’esposizione del caso, Jung si appoggia a trenta sogni del paziente, presentati con un commento ipertestuale fatto di sterminate amplificazioni, che rivelano un’erudizione immensa e confermano un talento sciamanico unito ad un buon senso sempre pronto a preferire la vita a qualunque catechismo analitico.

L’importanza di questo Seminario risiede nella sua particolare collocazione storica. Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, infatti, assistiamo ad un passaggio cruciale nello sviluppo del pensiero di Jung, come testimoniano anche le lezioni sul kundalini yoga, oggetto di un seminario in quattro parti tenuto nell’autunno del 1932. Si ricordi che, anche se un po’ scolasticamente, si può dividere il percorso di ricerca di Jung in tre fasi:

  • La fase psichiatrica, che va dal 1900 al 1912 e comprende al suo interno la parabola del rapporto con Freud.
  • La fase gnostica (1912-1929), nel corso della quale vengono elaborati i concetti di archetipo e di inconscio collettivo, oltre che naturalmente la tipologia psicologica.
  • La fase alchemica, che costituisce di certo la maggiore originalità di Jung e si svilupperà in varie direzioni fino alla morte (1961).

Pur considerando tutt’altro che insignificante o meramente preparatoria la prima fase, non c’è dubbio che lo snodo principale nella teoria e nella prassi junghiane si situi a cavallo tra terzo e quarto decennio del secolo, proprio negli anni in cui vediamo dipanarsi l’Analisi dei sogni. Nei Collected Works, paradigmatica per chiarire questo passaggio è un’opera come L’io e l’inconscio (Jung, 1928), nella prima parte della quale (“L’azione dell’inconscio sulla coscienza”) Jung si muove ancora in un contesto gnostico. Nella metafora gnostica, la guarigione coincide con la scoperta del dio dentro di sé; o, se si preferisce, con la liberazione di Sophia, cioè dell’Anima imprigionata nella materia. Radicalmente diversa la metafora alchemica, che costella l’attesa dell’emersione delle immagini dall’inconscio; lo Jung alchemico sottolinea l’importanza di mantenere viva la tensione tra gli opposti, ciò che evoca l’apparire del terzo: la funzione trascendente, che, componendo gli opposti, consente l’accesso a una nuova situazione psichica.

Sono molte le allusioni alle coppie di opposti, nell’Analisi dei sogni: Eros/Logos; coscienza/inconscio; inconscio personale/inconscio collettivo… Altri concetti-chiave dello junghismo sono tratteggiati o solamente allusi; è il caso della sincronicità, che come concezione compiuta, invero, è di là da venire (La sincronicità come principio di nessi acausali è del 1952) ma è presente in embrione quando Jung dice: “Il sincronismo è il pregiudizio dell’Oriente; la causalità è il pregiudizio dell’Occidente moderno” (p. 89). Vi sono poi numerose amplificazioni nella direzione dell’alchimia, delle religioni (si citano il mandala, il Bardo Thödol – tradotto in inglese nel 1927 – l’I Ching, l’Islam; ma anche la Trinità), dell’antropologia (Jung aveva già compiuto i suoi viaggi in Africa). Interessanti digressioni sul simbolismo della croce e della mezzaluna prendono le mosse da relazioni di allievi, tra cui si può notare Ester Harding, che in seguito porterà la psicologia analitica negli Stati Uniti e scriverà La strada della donna e I misteri della donna.

Alla difesa della nozione di archetipo viene affiancata una sua distinzione dal simbolo, a proposito del quale si spendono parole fondamentali: “Si è abusato moltissimo della parola simbolo. Freud chiama simboliche cose che sono soltanto semiotiche. Se avesse avuto una formazione filosofica, non avrebbe confuso i due termini” (p. 525).

Jung afferma ripetutamente l’importanza del fare coscienza. “La nostra meta dovrebbe essere quella di ampliare la nostra coscienza. Ci succedono delle cose, che noi ne siamo consci o no, ma se siamo inconsci la vita non ha senso” (p. 248). O ancora: “[…] avere un inconscio personale è una cosa assolutamente superflua, una sorta di negligenza” (p. 115).

Molte altre perle il lettore potrà scoprire da sé, in questo libro ottimamente curato e provvisto di un didattico saggio introduttivo di Augusto Romano (pp. 9-22) e di un CD-Rom contenente, tra l’altro, 364 immagini. Soltanto due notazioni mi premono, per chiudere questa incompleta recensione. Una ha a che fare con un tema che può sorprendere, dato il presunto pregiudizio di Jung circa il lavoro con i gruppi; si legge infatti a p. 244: “Un uomo è qualcosa soltanto in rapporto ad altri individui. Se ne ha un quadro completo soltanto se lo si vede in rapporto al suo gruppo; allo stesso modo, non si conoscono una pianta o un animale se non si conosce il suo habitat”. L‘altra riguarda il costante richiamo alla necessità di tenere presente la tipologia psicologica dell’analista e del paziente nel lavoro clinico (Tipi psicologici è del 1921): prassi che ogni psicologo analista contemporaneo sente di dover irridere, chissà per quale arcano motivo; e che Jung ribadisce invece innumerevoli volte, fino alla radicale ingiunzione presente a p. 172: “Ci si deve accostare a ogni tipo nella sua modalità specifica”.

Recensione pubblicata su Studi Junghiani, n° 18, Franco Angeli, Milano, Luglio – Dicembre 2003, pag. 101