Al Cinema


Ai confini del paradiso


di Fatih Akin, Germania, Turchia, 2007

Figlio di due mondi, quello germanico della nascita e quello turco delle origini, il nuovo film di Fatih Akin riprende la struttura circolare già percorsa da Inarritu per narrare con una fotografia intensa gli imprevedibili incroci del destino giocandoli tra queste due terre, tra le diversità sociali e politiche di questi due paesi nell’era della globalizzazione.
Sempre inconsapevolmente vicino, tanto vicino da essere “dentro”, ognuno cerca lontano da sé ciò che desidera, spostando sempre nell’altro il senso della propria ricerca, la compiutezza della propria vita, che tuttavia rimane inaccessibilmente rinchiuso nelle esperienze che ci si trova a fare, nell’andare e venire da un paese all’altro, tra ragione e sentimento, tra libertà e reclusione, nella terribile e insieme banale illusione che quel qualcosa si possa finalmente possedere o fermare.
Ma è invece proprio nel momento della perdita, di fronte alla irrimediabilità di ciò che non è più, dal “sacrificio” della propria illusione, che si attua la forza e la capacità di comprendere l’Altro, di rispettarlo, di perdonarlo. Come se solo attraverso questo processo di “perdono” e di sapersi fare madre in senso psicologico e culturale, ne sia possibile il recupero e l’integrazione, in senso personale e collettivo, unica possibilità per andare oltre i propri confini.
Girato tra i vicoli di una Istanbul intrigata e magica, lontana dall’ordine razionale di una città tedesca, il film trova il suo senso e la sua conclusione nel giorno del sacrificio, nella chiamata cui nessun islamico può sottrarsi, così come del resto nessun uomo al di là del proprio credo religioso, vero momento di congiunzione di mondi separati che il caso indecifrabilmente mette insieme in una stanza disordinata dal dolore e dalla rabbia dove una splendida Hanna Shygulla piange la scomparsa della propria figlia.

Segnalato da Lilia Di Rosa