Al Cinema


4 mesi 3 settimane 2 giorni


di Cristian Mungiu, Romania, 2007

4 mesi 3 settimane 2 giorni

Segnalato da Lilia Di Rosa:

Sullo sfondo finale, sfocato ed improbabile, di una festa di matrimonio, il film chiude dentro gli inaccessibili segreti della psiche femminile il dolore della perdita per una maternità indesiderata. Con sguardo gelido, privo di una sola nota musicale, il regista indaga nella oscura esperienza dell’aborto clandestino negli ultimi anni del regime comunista in una piccola provincia rumena: regime poliziesco che rende ancora più crudele il “crimine” che una donna può fare contro se stessa quando non ci sono alternative. In un società sospettosa, dove la finzione e il nascondersi è necessario per salvarsi, unico aiuto possibile è la complicità di un’altra donna che, in quanto donna, riesce a sfidare la soverchiante indifferenza maschile, l’arrogante pretesa del potere, ferendo la propria anima, ma restando fedele ad una identità che nessun regime repressivo o poliziesco può mortificare. E mentre i mali di una siffatta società si discutono con leggerezza durante una cena di compleanno, lo spettatore sente sulla propria pelle l’angoscia di un destino che si compie dietro la scena, la solitudine di chi silenziosamente sta vivendo l’orrore cui è stata costretta.

Segnalato da Giusi Polizzi:

Romania 1987. Siamo ancora sotto il regime comunista e la pratica dell’aborto è illegale dal 1966. Palma d’Oro al festival di Cannes 2007, Cristian Mungiu, con 113 minuti di pellicola, mette il dolore nel suo spietato silenzio sotto gli occhi dello spettatore in modo tale da non potersene sottrarre. Sulla scia del “Decalogo” di Kieslowski il messaggio del film “dell’Est”, tratto da una serie i racconti intitolati “I racconti dell’età dell’Oro” è chiaro: “Che veda e che senta” lo spettatore, cosa possa aver significato il dramma di un regime in cui prigionia e trasgressione, clandestinità e bieco consenso convivono. Che possa ancora,l o spettatore, odorare quell’alcool non sufficiente a disinfettare una sonda che servirà ad espellere un feto di quasi cinque mesi dentro una squallida stanza d’albergo, previo duplice compenso in denaro e in rapporti sessuali. Che veda e che senta ancora, il dolore fissarsi – come la sua camera da presa – su una vita in miniatura spezzata; che veda e che senta cosa significhi distruggerlo nella spazzatura ma, soprattutto, che percepisca sulla pelle l’ipocrisia di un collettivo dittatoriale per cui tutti sanno pur nell’assenza di parole. L’ipocrisia che regna sovrana di fronte alla negazione dei sentimenti, del dolore, della confusione, della libertà sessuale e della scelta. Ma ancora una volta, nel dolore più intimo e al contempo vasto e collettivo, emerge la storia di un’amicizia. Amicizia tra donne, ove la trama identificativa spinge alla solidarietà talmente in profondità da vivere sulla propria pelle il vissuto dell’altra. E ancora una volta, il dolore non attraversa il detto: rimane in totale figura come un urlo non espresso ma la cui immagine ne pervade lo schermo, arrivando dritto al cuore.